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Restauro e digitalizzazione con il supporto del CNC
La Sonata a Kreutzer
tratto dal racconto di Tolstoj
diretto da Eric Rohmer
No, non è gelosia.
È qualcosa di molto più orribile.
Odio.
In cui gli eventi non presero parte.
L'ho uccisa perché la sua esistenza era un flagrante ripudio
di tutto ciò che ammiravo, di tutto ciò che contava per me.
Era la mia sconfessione vivente,
la costante denuncia di ogni mio minimo desiderio
e dei miei pensieri più anodini.
Perché ci siamo conosciuti?
Perché, fin dall'inizio,
non abbiamo distolto lo sguardo l'uno dall'altro?
In quella cantina,
dove l'ho vista per la prima volta,
Avevo l'impressione che sarebbe per sempre stata inaccessibile.
È per questo
che ho finito per desiderarla
più di ogni ragazza che avessi conosciuto?
Cosa trovavo di tanto attraente in lei?
Niente? Qualcosa di impercettibile?
Gli zigomi delicatamente prominenti?
E forse quell'aria di tristezza continua che segnava
persino il suo sorriso.
È stato quasi un anno fa.
La vita mi sorrideva.
Amavo il mio lavoro di architetto
e potevo pregustarmi una brillante carriera.
Avevo la mia attività.
Firmavo contratti importanti.
Dopo alcuni anni difficili,
Finalmente potevo dire di avere successo.
Ero più felice?
Quale ansia mi opprimeva quel tardo inverno?
Temevo di avere sacrificato
i miei migliori anni alla mia ambizione.
Febbrilmente, provai a recuperare il tempo perso
pur non osando abbandonare la scena
che frequentavo a vent'anni.
Cominciai a pensare al matrimonio,
non perché mi infastidisse la solitudine,
ma piuttosto perché era umiliante.
Pensavo che anche la mia autostima
avesse il diritto di essere soddisfatta.
Mi annoiavo
e non facevo niente per liberarmi della noia.
Quel mondo aveva perso
il suo fascino pittoresco per me.
Al massimo la lugubre apatia di quei volti
non mi era che di consolazione.
Una consolazione miserabile.
Mi piaceva dirmi che quei ragazzi
erano più grandi di me.
Le loro mode e le loro fantasie
erano quelle che avevo conosciuto dieci anni prima.
Avevo bisogno di una ventata d'aria fresca.
Mi stavo rintanando in un museo delle cere.
Il vecchio cameratismo era scomparso.
Stavo passando alla categoria, dei borghesi, gli sfruttati.
Turisti, come li chiamavano.
Solo la mia grande familiarità con il quartiere
mi permetteva per il momento di mantenere i miei privilegi.
Ci separava una generazione.
E lei?
Cosa stava cercando qui?
Mi sembrava una bohémienne improbabile.
C'era, tra i clienti abituali del posto,
una somiglianza a cui sfuggivamo entrambi,
che ci rendeva sospetti.
Avvertivo in lei la presenza
della mia stessa noia, del mio stesso vizio,
cosa che la rendeva solo più desiderabile.
Ero sempre più
addolorato da questo esilio.
Tutti gli artifici più logori
mi andavano bene per conservare il mio prestigio precario.
Portai con me
uno dei miei amici giornalisti.
Il pretesto
di un articolo sulla gioventù
rendeva la nostra presenza meno bizzarra.
Questi test
ci servivano come giochi da tavolo.
Naturalmente, le nostre spiegazioni
erano delle più fantasiose.
Ma tenendo sotto attento controllo i nostri ego,
tutti accettarono di sostenere l'esame.
Lo trovai divertente.
Manteneva le apparenze,
ma rese più profondo l'abisso che esisteva tra me e loro.
Volevo dire addio al quartiere.
Perché non l'avevo ancora fatto?
Era lei
a trattenermi?
Alcuni indizi mi suggerivano
che la sua avventura stava volgendo al termine.
I nostri occhi si erano incontrati un paio di volte,
e nei suoi avevo visto una curiosità appena celata.
Dentro di me aveva iniziato a farsi largo
un debole barlume di speranza.
In effetti, era insolito
che la possibilità di fare conoscenza
in quell'ambiente chiuso
non fosse saltata fuori prima.
Molto deludente fu quel primo contatto,
che ebbe luogo, come volle il caso,
sotto il segno della psicologia.
Avevo creduto di vedere in lei un mistero
che forse tale non era.
Ero sorpreso dalla banalità,
dalla prosaicità delle sue risposte.
Quella che io chiamavo ansia,
profondo tormento,
era senza dubbio indifferenza,
debolezza di carattere.
Ma essermi sbagliato mi pesava
e non resistetti alla tentazione.
Quella mancanza di forza di volontà
mi fece prevedere una facile conquista.
Ipocritamente, non avrei potuto essere più elettrizzato.
Sì, non provavo che disprezzo per la sua credulità.
Proprio come lei deve aver disprezzato
la mia abbondanza di precauzioni nel sedurla.
Non avendo fiducia in se stessa, voleva qualcuno che potesse
se non maltrattala, farla rimanere sulla buona strada,
indicandole una direzione che lei da sola non riusciva a trovare.
Io...
Io non volevo altro che adattarmi a lei.
Che studiarla.
Studiarla.
O così credevo,
mentre non ero che il giocattolo della mia immaginazione.
Era davvero lei
lì davanti ai miei occhi?
Come facevo a essere così cieco?
La sostituivo con un essere fittizio,
quella donna ideale che sogna ogni sedicenne.
Riempivo i suoi silenzi
ed equivocavo la mia stessa invenzione.
Non le chiedevo niente
tranne che non demolire, per improvvisa onestà,
la mia laboriosa impalcatura.
Era al matrimonio che pensavo,
e solo al matrimonio.
Lei significava molto poco per me,
purché, all'ora stabilita,
occupasse il suo posto nel piano che avevo elaborato,
a un'età in cui sentivo di meritarmi quello che scioccamente chiamavo amore, felicità.
Mi interessava solo il successo, far corrispondere gli eventi ai miei piani.
Lungi dall'essere sorpreso dalla mia facile vittoria,
lo interpretai come un segno che il destino mi sorrideva.
Non dovevo far altro che cogliere il frutto maturo.
Tutto era a mio favore.
Studi semi-abbandonati,
la prospettiva di tornare a casa,
e forse la sua recente rottura sentimentale.
Insicuro dei miei punti di forza,
finii per farle passare davanti agli occhi i cerchi in cui mi muovevo.
Per quanto fosse triste per me,
nella sua vita grigia, devono averla abbagliata.
Appena arrivata dalla provincia,
dove i ragazzi della sua età la maltrattavano,
i miei riguardi e quelli dei miei amici le fecero accettare l'idea di matrimonio
con una rapidità che non avrei pensato.
Perché accettò?
E così velocemente?
Per ambizione?
Per interesse?
Avrebbe potuto trovare un uomo più ricco.
Per dolore?
Per stanchezza?
O debolezza di fronte alla mia insistenza?
Perché riuscii, in quel momento, ad adulare la sua vanità?
Aveva rinunciato all'amore?
E, pronta al peggio,
pensava che questa decisione
non fosse più assurda di un'altra?
Aveva promesso a se stessa di sfruttare la debolezza
che aveva intravisto in me?
Nei miei picchi di furia,
l'accusavo di essersi arresa alla disperazione e ai calcoli più sordidi.
È chiaro che non mi aveva amato neanche per un istante.
Sempre lo stesso viso impassibile, la stessa passività ostile.
La stessa rassegnata indolenza.
Questo matrimonio evidentemente la disgustava.
Eppure, in apparenza,
nessuna unione fu mai accettata tanto liberamente.
Chiesi sempre rispettosamente la sua opinione,
pensando di essere attento alla sua libertà e alla mia.
Lusingava il mio orgoglio,
e questa era la cosa importante.
Cosa sarebbe successo dopo?
Ero preoccupato per il "dopo".
Non volevo pensarci.
Come ho fatto a sbagliarmi così tanto?
Pensavo che una nuova era si stesse aprendo davanti a me
senza alcunché in comune con quelle che avevo vissuto prima.
Non vedevo l'ora di lasciare il mondo
dove era trascorsa la mia giovinezza,
e che ora vedevo pallido e rigido.
Disprezzavo gli altri che affondavano nelle loro abitudini,
coltivavano gli stessi squallidi piaceri
di cui avevo goduto per troppo tempo.
Mi facevano pena,
abbagliato com'ero da quello a cui davo pomposamente
il nome di amore.
Ero davvero innamorato?
Con il senno di poi, non credo.
In gioco c'era solo il mio orgoglio.
Ero fiero di vedere sui loro volti
quell'ironia benevola,
che tanto lusingava la mia vanità.
La loro invidia appena celata
era il miglior incoraggiamento,
il mio piacere più puro,
forse la somma della mia felicità.
Per me fu un verdetto adeguato.
Di sincero in me non vi era altro che la gioia portata da quel verdetto.
Assecondai il mio disprezzo per il passato.
Non vedevo su che basi traballanti stavo costruendo la vita che volevo.
Non notai che la noia stava penetrando nella nostra allegria limitata.
La smorfia che il nostro sorriso si sforzava di nascondere.
Erano passati solo pochi mesi dal nostro matrimonio
quando dovetti affrontare il fatto terribile...
Mi ero sbagliato su di lei.
Come lei, suppongo, su di me.
Non esistevano due esseri umani fatti meno l'uno per l'altro.
Continuavamo a sorridere per cortesia.
Per abitudine.
Per autostima.
Ci faceva male ammettere il nostro errore a noi stessi.
Per paura di distruggere tutto,
continuavo a rimandare il momento per una conversazione onesta.
Speravo che le preoccupazioni della vita coniugale
avrebbero appianato le nostre divergenze.
Mi aspettavo da lei una parola o un segno che non arrivò mai.
Cerco invano di ricordare il minimo segno d'affetto da parte sua.
Tutto nel suo atteggiamento indicava
che avrei dovuto essere felice di averla come moglie.
Ma tra noi non ci fu mai amore.
E non ci sarebbe mai stato.
Altri hanno avuto inizi complicati.
Il mio peccato, il mio crimine, fu rifiutare di piegarmi alla legge comune.
Credere che oltre a una favola, che giorno dopo giorno si sgretolava,
niente era possibile.
L'amicizia, la stima mi sembravano
troppo prosaiche.
Non riuscivo ad accettare che la felicità vinta faticosamente
era preferibile al mito più bello.
Stordito dall'aria rarefatta,
occhi puntati alla vetta, la migliore,
intravidi la discesa verso il peggio
e rimasi ipnotizzato dalla sua curva vertiginosa.
Risalire era già impossibile.
Ci rendemmo conto di non avere nulla da dirci.
I nostri progetti affondavano.
Il nostro appartamento era freddo come il giorno in cui mi trasferii.
Vivevamo entrambi in mondi separati.
In un sogno incomunicabile.
Qual era il suo? A cosa pensava?
Alla sua sciagura?
Al suo errore?
Perché non provare ad accusarmi?
Perché questo silenzio?
Perché questo disprezzo?
Insidiosamente, l'odio piantò radici dentro di me.
Come, sospettavo, piantò radici in lei.
Questa fase, che ogni coppia
deve attraversare almeno una volta,
bloccava il mio orizzonte con una linea
che pensavo e volevo fosse definitiva.
Quando scoppiarono i primi litigi,
fui sollevato di sentire un piacere particolare,
che per me sostituì il piacere di amare
e di essere amato.
Le sfuriate
e le riconciliazioni ipocrite,
negli altri, mi sarebbero sembrate volgari, sordide.
Eppure accordavo loro una virtù, una grandezza, che non possedevano.
Lo chiamavo essere finalmente vivi.
Qualunque cosa era preferibile alla noia mortale in cui ci agitavamo.
Osai sperare
che queste tempeste meschine avrebbero provocato il desiderato riavvicinamento.
Ma sentivo che la mia rabbia si era solo fermata.
E che sarei stato il giocattolo di una forza
che non avevo mai incontrato,
ma di cui mi pregustavo l'euforia.
Quello era il mio stato d'animo quando lo incontrai per la prima volta quest'inverno.
Un critico emergente,
mi chiese di collaborare a un articolo.
Aveva talento.
Tanto erano simili i nostri gusti quanto diverse le nostre personalità.
Il contrasto,
lungi dal dividerci, ci avvicinava.
Desideroso di perdermi,
ho sempre amato la compagnia
di amici molto diversi da me.
Mia moglie, ovviamente, gli fece il broncio.
Come con tutti quelli che le presentavo.
Qualunque cosa c'entrasse con me,
i miei amici, i miei gusti,
le mie ammirazioni, non incontravano mai il suo favore.
Ero irritato, ma anche lusingato
che ci snobbasse tutti allo stesso modo.
Sapevo che alle donne piaceva, quindi stavo in guardia.
Ero in un tale trambusto all'epoca che caddi preda
di idee estremamente contraddittorie.
Per quanto volessi che lui la divertisse
e le facesse spuntare un sorriso che non vedevo da mesi,
speravo anche, al contrario,
che lei lo disprezzasse,
che denigrasse la mia ammirazione e spezzasse quell'amicizia nascente.
In fondo è questo che volevo,
ma sentivo che la realtà sarebbe stata l'esatto contrario dei miei desideri.
Era come un esame a cui volevo sottoporla.
Se la sua presenza la irritava, mi dicevo,
forse tutto era ancora salvabile.
D'altra parte, se lui avesse avuto il minimo effetto su di lei,
il nostro matrimonio era chiaramente il frutto del più triste malinteso mai esistito.
Scommisi.
E persi.
Le poche speranze che avevo furono spazzate via
dai miei primi sospetti.
L'odio si insinuò in me in modo definitivo.
Niente sarebbe stato in grado
di rimuoverlo.
Quella sera, percepii distintamente per la prima volta
l'esatta natura della rabbia che si ammassava pian piano dentro di me.
Eravamo entrambi persi nelle nostre preoccupazioni,
nei nostri intrighi momentanei.
Io ero consumato dalla gelosia e dalla disperazione.
Lei e lui, la loro armonia e la loro gioia,
consumavano i miei pensieri.
Eppure, percepivo altrettanto distintamente ogni colpo di archetto,
o dei tasti del pianoforte.
La musica è una cosa terribile.
Chi dice che guarisce e nobilita si sbaglia.
Si limita a comunicare
un senso di eccitazione.
Un'eccitazione pura e senza sbocco.
Moltiplica il proprio tormento interiore
senza offrire il cibo per soddisfarlo.
La furia del primo presto,
così ben in sintonia con i miei pensieri quella sera,
lungi dall'essere di per sé appagamento,
aggiunse mille tangenti.
Sapevo solo che doveva succedere qualcosa,
la cosa più violenta
e più terribile possibile.
No, la musica non calma.
Come l'alcol o le droghe,
adorna di una grandezza artificiale i nostri sentimenti più vili.
Abbraccia movimenti, bassi o nobili, li spinge a vette folli,
ci permette di vedere solo quelli, e ci esorta a obbedire.
Non importava nient'altro che la mia rabbia.
La cullavo, coccolavo, gustavo, come un nuovo amore.
Era la mia unica amica, il mio unico sostegno.
Il mio unico rifugio.
Tra la povertà e la banalità del mondo in cui languivano gli altri
e l'affascinante bellezza di quello che mi faceva intravedere la rabbia,
non c'era confronto.
Dovevo accettare di abbandonandomi completamente a lei,
schiavo di ogni suo capriccio e desiderio.
Era lei che dovevo seguire con la sottomissione necessaria
ovunque mi indicasse,
o pretendesse,
anche verso la follia,
la catastrofe.
Il crimine.
Lei lo amava.
La verità non poteva sfuggire neanche agli sguardi più ciechi.
Ora, era a lui che riservava i suoi sorrisi e i suoi sguardi.
Le sue parole affettuose.
Di cui per me non ve n'era stata nessuna.
Solo lui avrebbe assistito allo spettacolo del suo abbandono.
Della sua gioia.
Non doveva andare così.
Non aveva il diritto di esistere.
Eppure,
era a pochi passi da me,
quasi davanti ai miei occhi.
Adesso i miei sfoghi non mi causavano più rimorso.
Sapevo solo che sarebbero stati ogni volta più violenti.
Non c'era più limite.
Andava bene qualsiasi pretesto, qualsiasi assenza.
Qualsiasi telefonata.
Avrei voluto distruggerla. Annientarla.
Dissolverla finché non non ne rimanesse neanche un pezzetto.
Ma sapevo che era impossibile.
Non ancora possibile.
La mia rabbia non aveva acquisito la forza di andare così lontano.
Vestigi di buona volontà e coscienza
posero fine anche i focolai più deliranti.
Pensava che stessi fingendo, che stessi cercando di spaventarla.
Quando ero semplicemente ridicolo.
La sua reazione contava poco.
Era come una prova per il gran finale,
che doveva accadere, prima o poi.
Era troppo grave, troppo terribile,
per scoppiare all'improvviso,
senza una prova, senza un errore, senza pentimento.
Perché non se ne andò?
Penso che l'avrei lasciata andare.
Non prese sul serio la mia rabbia?
Forse lui si era preso gioco di lei?
Prima di rompere, voleva essere sicura che fosse sincero?
Mi misi in testa che stesse prendendo tempo,
e che pensasse fosse meglio fingere.
La sua dissimulazione mi deluse,
sebbene rassicurasse il mio io più ragionevole.
A questo punto, la più piccola scintilla avrebbe fatto bruciare tutto.
Nei miei momenti di calma,
mi aggrappavo a tutto verità o inganno accettati reciprocamente,
che rimandasse l'imminenza della fiammata finale.
Lei mi promise di non vederlo mai più.
Io fui abbastanza ingenuo da non dubitare della sua parola,
credendola incapace non solo di profondo attaccamento,
ma anche di essere fedele a un capriccio.
Quindi la presi in parola e per un paio di settimane
regnò una calma apparente.
Poi giunse un periodo intenso al lavoro,
che spesso mi teneva fuori casa.
Una sera, quando tornai a casa senza preavviso,
l'odore familiare di sigarette turche,
un posacenere perfettamente pulito,
non lasciarono più spazio a dubbi sul gioco a cui stava giocando.
Fu come una doccia gelata.
Una calma sorprendente
lasciò spazio alla mia rabbia.
Se si incontravano qui, non sarebbe difficile coglierli in flagrante.
Decisi di comportarmi in modo allegro,
obbligandola a sua volta a fare altrettanto.
Recitava abbastanza bene la sua parte
da rafforzare la mia determinazione.
Alla prima occasione possibile, mi inventai un viaggio d'affari.
È successo stamattina.
L'imminenza della conclusione improvvisamente ravvivò il mio vecchio io.
La mia unica paura era che il mio stratagemma sarebbe stato vano.
No! Qualunque cosa piuttosto che il fallimento del mio stratagemma.
Se li avessi scoperti, sarebbe stato atroce.
Una fine brutale ai dubbi
che aleggiavano senza una buona ragione.
Ma niente era più doloroso di quei dubbi.
Cosa avrebbe potuto tirarmene fuori
se non l'irrevocabile?
Il mio dolore era così forte
che fui tentato di andare lontano e di non tornare mai più.
Poi pensai che una passeggiata
e l'aria fresca mi avrebbero fatto bene.
Per qualche istante, immaginai di saltare davanti a un camion
per porre fine a tutto con più rapidità.
Ma sarebbe stato fin troppo bello per lei.
Felicità o infelicità, che importava?
Tutto ciò che contava ora era la mia vendetta.
Cosa sarebbe successo esattamente?
Non potevo dirlo.
Sarebbe dipeso da loro, da me, e soprattutto dalla mia rabbia.
L'avrei lasciata fare tutto da sola, le avrei permesso di guidarmi
per prendere tutte le iniziative necessarie.
Era un sollievo pensare che la maggiore forza di lui
mi avrebbe impedito di combattere a sangue freddo.
E che sarebbe andato bene qualsiasi mezzo.
Avrei afferrato qualsiasi cosa fosse a portata di mano.
Fermacarte, lampada, sedia...
O il coltello sullo scaffale nell'ingresso,
dove probabilmente si sarebbe svolta la scena.
Sì, avrei combattuto.
Stupidamente, come uno pazzo.
Per non ferirlo,
dato che non ero mai riuscito a odiarlo,
ma perché era lo sbocco naturale della mia furia,
perché il sogno nutrito dalla mia immaginazione
doveva trovare infine una corrispondenza nella realtà.
Lui se ne andò, sgattaiolò via.
Finora tutto era stato normale, lecito.
E lei
continuava a guardarmi con quegli occhi freddi e sdegnosi
appena più spaventati del solito.
La mia rabbia, sul punto di crollare, doveva rianimarsi in fretta.
Un secondo in più e il momento sarebbe passato.
Accadde ciò che avevo pensato,
ma non esattamente come l'avevo pensato.
Tutto quello che avevo immaginato di fare ciecamente,
nella nebbia più fitta,
lo eseguii in piena consapevolezza.
I gesti che mi aveva mostrato la furia nella mia immaginazione
furono dettati nel momento da una chiara volontà.
Sapevo cosa facevo in ogni momento,
tutto al tempo di una progressione necessaria,
un'inevitabile sequenza di eventi.
Niente mi avrebbe impedito di finire la mia impresa.
Come se l'orrore della fine
giustificasse, amplificasse tutte le esitazioni,
tutte le incertezze,
che dall'inizio avevano definito il suo percorso.
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