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Il 16 dicembre 2016
Letizia, Piergiorgio, Maria Luisa, Alberto e io, Marco,
le sorelle e i fratelli Bellocchio superstiti,
ci riunimmo con mogli, figli e nipoti al Circolo dell'Unione a Piacenza
per festeggiare vari compleanni.
Avevo organizzato il pranzo pensando a un film sulla mia famiglia,
ma non avevo ancora le idee chiare.
Non sapevo cosa volevo fare esattamente.
C'era la preoccupazione, data la tarda età di tutti noi fratelli,
che potesse essere l'ultima occasione di stare insieme da vivi.
Ma in realtà lo scopo era un altro.
E' una giornata serena, allegra.
Sono qua con mia moglie, con mia figlia Camilla,
con mia mamma, con tutti voi, parenti e amici.
Ho solo un rimpianto, anzi, due grossi rimpianti.
Il grosso rimpianto, un dolore che mi porto dietro da tantissimi anni,
è che non c'è papà.
- Tonino. - Tonino, mio padre.
E non c'è lo zio Camillo.
Ho conosciuto lo zio Camillo, ma avevo un anno quando è mancato.
Però...
Però di Camillo tutti mi hanno parlato come di un angelo,
come una persona allegra, bella, una persona positiva.
Comunque, viva papà, via Camillo e viva tutti noi.
Evviva!
Evviva Tonino! Hai fatto bene a ricordarlo.
Come mi manca Tonino!
Camillo, l'angelo, è il protagonista di questo film.
La guerra mondiale era scoppiata con l'invasione della Polonia
il primo settembre del 1939,
due mesi prima della nostra nascita, il 9 novembre 1939.
Noi non abbiamo assistito alla vostra nascita.
La mamma ha detto: "L'ostetrica mi ha aiutata con Marco,"
"poi ha detto che ce n'era un altro."
- Quindi io sono nato per primo. - Sì.
Dopo tre ore è nato Camillo, raccontava la mamma.
- E' stata una nascita difficile. - Era nato asfittico.
Era diventato tutto nero.
Poi la mamma era molto...
Ha fatto chiamare il prete
perché la mamma era una donna molto ossessionata.
Pensava nascesse morto e voleva farlo battezzare.
Ricordi quel ritratto che ha Giorgio nella sua casa?
Quel prete è venuto tre volte in casa a battezzare Camillo.
- Quindi... - No, due volte, la terza volta in parrocchia.
Quindi è stato battezzato tre volte.
- In casa due volte perché sembrava che stesse per morire. - Ho capito.
- Va bene... - Marco una volta.
Già allora la mamma era ossessionata dall'inferno, dal paradiso.
- Doveva battezzarlo.... - Sarebbe finito nel limbo, non in paradiso.
- Il limbo, sì. - Se non era battezzato, finiva nel limbo.
C'era anche il limbo, capito?
Ma non era un brutto posto.
Non era un brutto posto, il limbo.
- Pare che adesso la Chiesa... - Lo hanno tolto.
Lo hanno tolto, non esiste più. Il limbo non c'è più.
- Forse anche il purgatorio... No, l'inferno. - Il purgatorio esiste.
- Esiste. - Allora chi non è battezzato?
- Non lo so. - Va in paradiso lo stesso.
Va in Paradiso? Ho capito.
Crescemmo con latte artificiale e una balia di supporto per i primi mesi.
Mia madre soffrì sempre di non avere il latte.
Io li ho visti dopo sei mesi, ero in collegio.
Mi ricordo che ero a tavola a fare colazione.
La superiora mi dice: "Bellocchio, sono nati due fratellini."
- Due gemelli. - Due fratellini.
Non mi ricordavo che la mamma...
- Non mi accorgevo che la mamma era così... - Incinta.
- Non mi accorgevo perché non è mai stata... - Molto grossa.
Io immaginavo che la mamma
avesse preso due poveri.
Alla porta venivano sempre i poveri.
Avevano i bambini piccoli e la mamma faceva la carità.
Immaginavo che la mamma ne avesse presi due.
Quando sono venuta a casa, ti ho visto.
Eri seduto al tavolo e mi guardavi.
Eri sveglio.
Sì, ero contenta, però non capivo
che i bambini nascessero dalla donna.
Non l'avevo ancora capito.
No!
L'ho saputo dopo la guerra.
Maria mi ha detto: "Ma non sai come nascono?"
Mi ha detto: "Hai visto una mucca?"
"Hai visto un vitello nascere da una mucca?"
Poi ha detto: "E' uguale, una donna fa così."
Aaaah...
Salute al Duce!
Combattenti
di terra, di mare, dell'aria.
Camicie nere della rivoluzione e delle legioni,
ascoltate!
La dichiarazione di guerra è già stata consegnata
agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.
Per i bombardamenti lasciammo Piacenza e andammo a Castell'Arquato.
Finita la guerra tornammo subito in città.
Mio padre temeva che famiglie senza casa ci occupassero l'appartamento.
Da ottobre andammo a scuola, la prima elementare al San Vincenzo.
A primavera assistemmo noi piccoli, senza capirci nulla,
alla campagna per il referendum del 2 giugno 1946.
Il referendum fra monarchia e repubblica
fu una sconfitta per la nostra famiglia.
Le donne avevano votato tutte per la monarchia, e anche mio padre.
Umberto, Re di Maggio, se ne dovette andare.
Dal San Vincenzo passammo alla scuola pubblica Pietro Giordani.
Restammo lì fino alla quinta elementare.
Io e Camillo, sempre in classe insieme.
Scuola e chiesa erano molto vicine a casa.
La nostra parrocchia era Sant'Antonino,
martire cristiano piuttosto anonimo, patrono di Piacenza.
Ricevemmo in un solo giorno la Comunione, la Cresima
e la sera prima la Confessione, tre sacramenti in 24 ore.
Per le elezioni politiche del 18 aprile del 1948,
i preti riuscirono a spaventarci molto.
Il terrore comunista, la paura di essere strappati alla famiglia
per essere educati all'ateismo in collegi dello Stato,
soffrendo freddo, fame, sporcizia, l'espropriazione di case e poderi,
la paura di dover rinnegare la fede cristiana,
non tanto per la condanna delle eterne fiamme, ma per il martirio.
Subire il martirio, come ai tempi degli imperatori romani.
Avevo il terrore del martirio e di sicuro avrei rinnegato la mia fede.
Il terrore dell'inferno era qualcosa che veniva istillato
con una violenza, con una perfidia,
che poteva andare anche oltre la fisica.
La paura, anche se tu non credi,
può tornarti come un incubo.
L'Anno Santo sia per tutti un anno di purificazione
e di santificazione, di vita interna e di riparazione.
L'anno del gran ritorno e del gran perdono.
Da', Signore, la pace ai nostri giorni.
Pace alle anime, pace alle famiglie, pace alla patria,
pace tra le nazioni.
Nel passaggio dalla prima alla seconda media,
per me e Camillo c'è la scoperta del mare che non avevamo mai visto.
L'acqua salata del mare.
La nostra esperienza dell'acqua erano i fiumi, i torrenti, il Po,
il Trebbia, l'Arda in cui ho imparato a nuotare, a stare a galla.
L'acqua dolce.
Anche Camillo aveva imparato a nuotare, ma stava a galla a fatica,
tanto che un amico più grande guardandolo dalla riva gli gridò:
"Camillo, anneghi? Vuoi una mano?"
Come se dopo ogni bracciata potesse scomparire nel fondo.
Quando eravamo in seconda media, la famiglia si trasferì
in un appartamento di un palazzo di proprietà in Via Poggiali 41.
Nella distribuzione delle camere da letto io andai con Alberto.
A Camillo toccò dormire con Paolo.
Camillo non si ribellò al fatto di dovere dormire con Paolo, il pazzo.
Dormì per alcuni anni con un fratello di 10 anni più grande
che parlava da solo, urlava, rideva e aveva una gran voce.
Madonna! Basta, basta, basta!
Stai calmo, per favore. Calmo.
Maledetti stupidi! Perché sono nato?
- Non fare così. - Maledetta!
Maledetta mamma mia! Maledetti tutti e tutti i santi!
Padre nostro che sei nei cieli...
- Muori! - Bambini!
Il sesso! Maledetti papponi! Maledetti i preti!
- Non dire così... - Porco! Porco! Porco!
Maledetti... Maledetti!
Maledetti bambini!
Tutti subimmo Paolo e lo avremmo voluto morto,
ma nessuno si pose il problema di Camillo in stanza con il matto.
Non c'era solidarietà, ognuno pensava a se stesso
in quel manicomio che era la nostra casa.
Terminate le tre medie, diciamo tra i 13 e i 14 anni,
constatati i differenti rendimenti scolastici
clamorosamente differenti e i giudizi del padre...
C'era uno di questi fratelli
che faceva una fatica improba a tirarsi dietro Camillo.
Tirarselo dietro per stare alla pari.
Invece tu eri uno magari indisciplinato,
rischiavi qualcosa per la tua indisciplina,
ma all'evidenza davi un'occhiata al libro e lo memorizzavi in un attimo.
La tua brillantezza era indiscussa come la sua fatica di stare dietro...
Io sono stato a scuola con lui fino alla terza media.
Già lì, pur essendo io un mediocre studente
avevo però dei risultati superiori ai suoi.
Poi c'è stata la grande idea, misteriosa, di mio padre,
che lui dovesse fare il geometra. Cosa più sbagliata.
Il papà, che ha un dominio assoluto su queste cose,
sceglie di farti proseguire gli studi e resti lì al San Vincenzo.
Invece lui, a Piacenza in questa scuola tecnica.
Si sceglie quella per geometri pensando che, per come era Camillo,
un diploma era più che sufficiente per poi farsi una vita negli affari.
Pensando che lui, nella vita,
si sarebbe preso la rivincita con noi sapienti,
questi latinisti, grecisti!
Nostro padre immaginava una piazza, una specie di piazza pigra,
e diceva: "Un giorno Camillo irromperà in questa piazza"
"alla guida di una fuoriserie!"
Era il segno di una vitalità contrapposta a questa pigrizia
- di tutti questi... - Di uno che ha fatto fortuna!
Direi che... Aveva proprio sbagliato.
- Perché ha sbagliato? - Perché Camillo non funzionava.
Non era adatto agli studi.
Non era l'uomo che poteva partire per l'Argentina e tornare milionario.
- Non era un avventuriero. - No, no!
Aveva una timidezza verso le cose della vita...
- Mi pare, eh? - Anche una malinconia.
Sì, aveva quel velo di malinconia, non gli scompariva mai.
Il babbo si ammalò quando eravamo ancora alle scuole medie.
Per anni la mamma e Piergiorgio ci nascosero la gravità del male.
Io mi chiedevo: "Se non è grave, perché non guarisce?"
Un mese prima della sua morte, Piergiorgio mi disse la verità.
Il babbo aveva il cancro.
Una parola che non si poteva neanche pronunciare, tanto faceva paura.
Il brutto male.
"Disse che aveva provvisto al bene della famiglia."
"Ricevette quattro assoluzioni, l'olio santo."
"Furono recitate le preghiere dei moribondi"
"qualche ora prima del transito."
"In me rimase l'amarezza che, benché morisse rappacificato con Dio,"
"fosse ben lungi dall'essersi rassegnato."
Lei racconta gli ultimi momenti.
- E' una scandalosa visione edulcorante... - Io ho assistito.
L'entrata di monsignor Pagano di Sant'Eufemia, favorita dalla madre...
Sì, ricordo.
Il papà, con gli ultimi aneliti che aveva,
lo buttò fuori. "Fuori, pretaccio di merda!"
Venne fuori un anticlericalismo...
Io avevo sconsigliato la mamma. "Lascialo morire in pace."
No, lei voleva salvargli l'anima.
"L'Eucaristia che avrebbe potuto apportargli l'ultimo conforto"
"non poté essergli amministrata"
"perché negli ultimi giorni inghiottiva a stento."
Quando poi era in agonia,
nel senso che non capiva più niente,
entrò Balzarini e gli diede un po' di benedizione, fece finta.
Io c'ero all'uno e all'altro. Lui non capiva più niente.
La mamma registra questa cosa come una morte edificante,
morto in pace, comunicato...
Non comunicato... Peccato che non riuscisse più a deglutire!
Quindi la particola... Hai capito? Peccato!
E' una falsificazione totale.
Io non ho mai visto mio padre così anticlericale come in agonia.
Quel discorso che aveva fatto Piergiorgio,
dove lui invece aveva cacciato don Pagani, è vero o non è vero?
Cacciato? Forse Giorgio l'aveva...
"Vuole l'assoluzione? Sì, me la dia."
- Babbo ha detto "me la dia"? - "Me la dia", sì.
La scena che racconta Giorgio secondo me è vera, non può averla inventata.
Anche le cose della mamma sono vere.
Dipende in che stato sei, magari stai un po' così, la morfina... Boh!
Magari scambi il sacerdote per un infermiere.
Comunque hanno ragione tutti e due.
Al cimitero scoppiò a piangere.
Camillo al cimitero è scoppiato a piangere.
Sì, è l'unico dei fratelli che alla fine del funerale ha pianto.
E' scoppiato a piangere.
Noi avevamo pianto prima.
Camillo ha avuto una crisi di pianto.
- Perché era il beniamino? - Ha sentito che il babbo...
- Era il beniamino? - Era il beniamino.
Papà lo amava in modo particolare?
Ha sentito di aver perduto per sempre papà.
I suoi amici erano dei ragazzi normali
di questa cittadina, Piacenza, che non era diversa dal resto del mondo.
Ragazzi normali a cui piaceva stare assieme, fare gruppo,
ritrovarsi, fare delle mangiate, fare delle feste,
fare la corte alle ragazze,
nelle feste cercare di trarre profitto dalle ragazze.
Camillo aderiva completamente.
Queste sono le cose migliori di Camillo
in cui è stato un ragazzaccio simpatico,
con molta voglia di divertirsi.
Mia sorella una volta...
Quella volta c'ero anch'io, quando vennero a Milano.
"Ti ho portato i quaderni piacentini."
Mia sorella: "Io non capisco nulla."
Lui disse: "Neanch'io. Non so se capiscono qualcosa loro."
Fortissimo!
Lui, dentro questa compagnia di amici...
Erano tutti irridenti
verso questo impegno, chiamiamolo così, di questa famiglia.
Non gliene fregava niente di cosa succedeva nel mondo.
Se a Cuba Fidel Castro... Non gliene fregava niente!
Loro erano dei vitelloni.
Lo stare insieme in questo modo faceva contraddizione
con la parte della famiglia più impegnata.
Però attenzione, perché Giorgio
aveva un certo tipo di impegno di alto livello, rispettabile.
Aveva questa rivista, alte frequentazioni
di cui Camillo era abbastanza curioso.
Percepiva la grande diversità tra il suo modo di vivere
e quello di Piergiorgio, ma ne aveva un grande rispetto.
Non un timore reverenziale, ma forse un po' sì.
Mentre il mio impegno era un impegno molto plebeo.
In fondo ero un povero... così!
Un semideficiente mandato a fare il sindacalista.
In una certa logica mandiamo il più imbecille alla Camera del Lavoro.
Un posto da straccioni per certa gente, la Camera del Lavoro!
Per questo fiorivano le barzellette.
"Albertino è andato in cellula!"
Io non c'entravo con la cellula, che è una cosa da partito, ma...
Era un po' la stessa cosa, "Albertino è andato in cellula".
"Mentre lui va in cellula, la moglie si fa scopare da..."
Era tutto un fiorire di battute, di prese in giro.
In lui c'era una dimensione scherzosa.
C'erano spesso delle cose da ridere.
L'espressione era: "Pasolini lo beve, Visconti lo beve."
Chi era il terzo? Non ricordo più.
Il fatto che questi grandi scrittori e registi fossero omosessuali
era una cosa da presa in giro, da sottolineare con battutacce.
Purtroppo si è buttato sempre tutto sullo scherzo.
Il grande rimpianto è che siccome lui era molto propenso allo scherzo,
non si pensava a questa...
Non si pensava che questo dolore fosse così profondo.
Questo suo modo di essere ridente e scherzante
contraddiceva molto certi suoi momenti di malinconia,
di scontento e di difficoltà.
C'era anche questo, bocciato, bocciato, rimandato,
esiliato a Bergamo in questo collegio.
La stessa cosa nella vita militare.
E' l'unico che fa il militare, è l'unico.
Ha fatto un servizio militare insoddisfacente.
Caserta, poi Codroipo,
sempre agli estremi rispetto a questo centro Italia
che è Piacenza, Milano, Bologna eccetera.
Lui ha fatto il militare con pochissime licenze.
Non è mai riuscito a ottenere uno spostamento verso casa.
Secondo me non lo fa malvolentieri.
Lui è ossessionato negativamente dalla domanda
"Cosa faccio della mia vita? Bisogna lavorare, fare un mestiere."
Il militare gli rinvia e quindi va a fare il militare rassegnato,
senza prendere iniziative, si trova abbastanza bene.
Arriva finalmente la fotografia di Camillo sul carro armato!
C'erano due presenze.
Piergiorgio e tu.
Grande intelligenza, grande sensibilità, grande precocità.
Io non faccio l'errore gravissimo che avrei potuto fare
di scimmiottare.
Perché mi sono salvato?
Perché mi sono differenziato.
Rispetto ai due modelli fortissimi che c'erano in famiglia,
io non ho avuto alcun problema, alcuna paura
nel scegliere un terzo, nel differenziarmi.
Camillo sbaglia lì, non ha capito in tempo
che la sua strada era diversa. Ma ai sentimenti non si comanda.
Lui si è ammalato
in questo confronto impossibile.
C'è una lettera di Camillo di alcuni anni prima di morire, in cui ti dice
che se ci fosse spazio anche per lui in questo mondo...
- Questa lettera a me? - A te.
- Ce l'hai tu? - Io ho una fotocopia. La tiro fuori.
Lui dice che non...
Non sa bene cosa fare.
Andando in qualche modo verso la fine degli studi,
confessa di non sapere cosa fare professionalmente.
- Non gli fregava niente di fare il geometra. - Sì, sì.
Era negato nelle materie tecniche e disse...
Ti fa una domanda un po' ingenua.
Se per caso... Boh! Non ricordo le parole.
Nel campo del cinema poteva esserci uno spazio...
- Uno spazio anche per lui. - Uno spazio anche per lui.
"Carissimo Marco, è quasi un anno che non ci vediamo."
"Prima della partenza abbiamo fatto una lunga chiacchierata"
"su ciò che vorrei fare terminata la ferma militare."
"E' trascorso tanto tempo, eppure le incertezze sono sempre presenti."
"Penso molto al mio avvenire, ma non ne vengo a capo."
"Sempre quella sera ti avevo esposto l'idea"
"di tentare anch'io la carriera cinematografica."
"Tu, sinceramente, come la pensi?"
"Credi che sia un'idea da scartare o posso farci un pensierino?"
"Quando mi risponderai, dimmi chiaramente come la pensi"
"di ciò che ti ho esposto."
"Con questo ti saluto e ti mando un caldo abbraccio."
"Ciao, mio caro. Tuo Camillo."
Tu gli hai risposto?
Non posso... Non mi ricordo.
Non ricordo perché siamo nel... 1964.
54 anni fa.
- Potresti non avergli risposto. - Potrei anche non avere risposto.
Sì.
Certo, è una lettera piuttosto...
Allora...
E' una lettera piuttosto...
E' una lettera abbastanza forte.
Mi sembra che ci fosse un disagio abbastanza forte.
Non so se tu... Tu lo avevi percepito?
Sì.
Ognuno dei fratelli cercava di cavarsela, di sopravvivere.
Il tema della sopravvivenza
è uno dei temi importanti di questa storia.
Secondo me, quella lettera è chiara.
E' la dimostrazione di una cosa che sappiamo senza bisogno della lettera.
Lui ha una crisi d'identità assoluta. Pensando al suo futuro, sta male.
E' vero che tu non hai ancora fatto il grande film, però, sai...
Vede la tua determinazione ed è la cosa che gli manca.
Lui non ha la più pallida idea di cosa fare.
Non ha alcuna... Lui non ha alcuna vocazione.
Lui non ha alcuna suggestione.
"Marco ha fatto fortuna nel cinema, c'è uno spazio anche per me?"
Era molto confuso.
Secondo me non aveva la forza né il coraggio
di prendere delle decisioni drastiche, drammatiche,
lasciare la famiglia, le cose, eccetera.
Io forse non avevo l'intenzione di portarlo a Roma. A fare che?
Però anche in quell'occasione, io mancai.
Non gli risposi in modo affettuoso,
affettuosamente fraterno.
Magari gli dissi di lasciare perdere, queste cose...
Infatti lamentava da parte dei fratelli, forse anche i maggiori,
la mancanza d'aiuto nella scelta,
soprattutto tuo fratello Piergiorgio che era più grande.
Fare il cinema, ma che cosa? L'attore?
- Non è detto. - Può essere.
Io penso che fosse più una scappatoia di qualsiasi genere.
Fare cinema ha una procreativa. Il cinema non si fa a Piacenza.
- E' una via per... - Per scappare via.
- Tua sorella lo ascoltava? - Lo ascoltava e lo stimava molto.
Si scambiavano molti libri.
Camillo le regalò "Il maestro e Margherita", era bellissimo.
Probabilmente lui ha provato con mia sorella
una pace, una tranquillità.
Lei era molto incline ad essere protettiva, materna.
Gli diceva: "Camillo, dai."
"Hai delle altre qualità. Loro fanno così, tu..."
Probabilmente non è bastato, altrimenti non l'avrebbe fatto.
Per la miglior regia, il premio Vela d'Argento
è andato al giovane regista Marco Bellocchio per "I pugni in tasca".
"Carissimo, Leonardi mandò in omaggio dieci biglietti"
"e io e Letizia andammo a vedere il tuo film 'I pugni in tasca'."
"Ammiro la versatilità del tuo ingegno"
"e penso con apprensione all'intenso logorio della tua mente"
"nel dover mettere insieme tanti tipi anormali,"
"ognuno alla propria maniera."
"Ho pensato che avrei dovuto interpellare persone d'alto valore"
"nel campo della neurologia e malattie mentali."
Nessuno è come la mamma. Il destino, la Provvidenza divina,
la provvida sventura, le hanno tastato la sua fede, pazienza cristiana.
Almeno avrà la consolazione di potervi vedere da lassù.
Purtroppo la natura non fa il salto, non salta mica.
"Sed patientia divina omnipotens est". Ma questo è un altro discorso.
Amen.
"Qualche volta mi scappò da ridere, il satirico fervorino del prete."
"Ho riconosciuto la tua voce, non ho potuto stare seria."
"Ma andiamo un po' adagio, caro Marco."
"Certe persone troppo giovani, immature e troppo sensibili,"
"dovrebbero astenersi dal vedere il film."
"Ti abbraccio tanto affettuosamente e ti raccomando di curarti"
"perché sei molto dimagrito."
"Se tornerai, ti vedrò contento insieme ad Alberto."
"Bacioni a tutti e due. Mamma."
La madre cieca de "I pugni in tasca", forse per Camillo
è il non essere visto come realizzato da sua madre.
E' un interrogativo che non scioglieremo.
Io penso che l'essere riconosciuti all'esterno è importante,
ma dal punto di vista della sicurezza della persona,
l'essere riconosciuti all'interno è quello che conta,
dagli occhi di una madre.
- Come sono infelice! - Che hai? Vuoi la caramella?
Tante volte succede che uno fa un po' fatica con gli studi,
fa un po' meno degli altri.
La famiglia si prodiga per dargli affettivamente delle soluzioni.
La palestra, non so, queste cose che vengono fatte.
Però è come se lui dicesse: "Io non le ho meritate, me le hanno date."
Sul senso di fallimento, anche tutto l'aiuto diventa qualcosa che...
Pensavamo tutti com'era bello stare bene ed essere felici
e intanto cambiare il mondo.
Lui questa cosa non l'ha mai avuta e forse lo rodeva dentro.
Quando poi finalmente si è, come avrebbe detto la mamma, sistemato...
Lì c'è un mistero.
Lui si è sistemato felicemente perché l'ha scoperta lui.
Trova da solo questa strada, l'ISEF.
E' un'università che in due, tre anni ti dà un bel diploma
che consente di essere assunto come insegnante.
Apre una palestra. Ragazzi, si è sistemato!
Pam! Capisce che la sua strada è quella.
Non si era sistemato per nulla, non perché fosse ambizioso,
ma secondo me cercava un lavoro
che lo portasse un po' fuori dall'ambito familiare,
da questa gravità delle cose familiari.
Aveva visto in te, non in quanto fratello gemello,
quello che se n'era andato a Roma e aveva visto delle possibilità.
Secondo me, capiva che era un lavoro che non gli piaceva.
Lo faceva perché...
"Si ode a destra un gran suon di zampogna."
"A sinistra risponde uno squillo."
"Una laurea è sparita a Bologna e l'autore si chiama Camillo."
"Corron tutti a cercarlo."
"Salti, appesi, in lungo e con l'asta,"
"ma si accorgon con stupore immenso"
"che chi cercan è un atleta ginnasta." Mamma mia!
E se ci diranno che per rifare il mondo
c'è un mucchio di gente da mandare a fondo,
noi che abbiamo troppe volte visto ammazzare
per poi dire troppo tardi che è stato un errore, noi risponderemo.
Noi risponderemo.
No! No! No! No! No!
Lui, quando Tenco si ammazzò...
Ha sentito moltissimo la morte di Tenco.
Tenco, con il suo gesto... ha dato uno schiaffo a tutto un mondo.
No, non è perché è stato escluso, perché la sua canzone non ha vinto.
E' qualcosa di più profondo, non sta a noi giudicare.
Signori, questo gesto assurdo condanna tanti di noi
che facciamo parte di un determinato mondo moderno, di oggi.
Un mondo che ci ha presi e non ci lascia più.
Tenco si ammazza dichiarando che lo fa per un'ingiustizia subita.
Secondo me il passaggio è questo.
Tenco si ammazza per amore, per questo, per quello,
perché a Sanremo l'han trattato male.
Questo elemento dell'ingiustizia lo lega.
Cioè, il fatto che io non sia competitivo
con i miei fratelli o con il mondo, boh!
Il fatto che nel confronto io sia soccombente
e che questo mi dia infelicità e rode, scava,
scende nel profondo, è un'ingiustizia!
D'altra parte, diciamo la verità,
come tutti questi massacrati dalla scuola...
Conosco questa cosa, io sono stato massacrato dalla scuola.
Tutti questi soggetti accampano scuse.
Accampano scuse. Sei bocciato?
"Sì, però se mi avesse chiesto questo invece di quest'altro..."
"E' stata la sfortuna."
Che lui avesse delle angosce pregresse non c'è dubbio.
Tu probabilmente, con una famiglia così,
hai cercato di fare certe cose.
Lui non c'è riuscito.
Probabilmente ha vissuto male con Paolo... Si chiamava così?
Sì, Paolo.
Quando sei bambino e vedi il fratello più grande che non...
Lui stava veramente male, urlava.
Angosciava anche me, noi tutti.
Però la madre lo impose perché era il primogenito
e quindi doveva stare a casa. Posso anche compatirla e capirla.
Di fatto gli altri figli subirono questa presenza
che era fortemente disturbante, molto disturbante.
Per me la mamma era una donna che già da tempo era in lutto.
Per lei, Paolo è stato un lutto.
Si è capito subito che qualcosa non andava.
Si è capito subito che qualcosa non andava.
Questi medici che erano stati consultati dal papà e dalla mamma
consigliavano assolutamente di tenerlo in famiglia.
Io ricordo le urla di Paolo.
Sono state la mia ossessione per molti anni.
Però lei diceva... Non cercava... "Non bestemmiare."
- Adesso sembra un'assurdità. - Lo so.
Lui urlava disperatamente e lei gli diceva "non bestemmiare".
Se una mamma ha dei figli di grande successo,
è contenta, immagino. - Sì.
Poi ci sono due figli con una infelicità,
il più grande e la sordomuta.
E' una persona carica di grandi dolori e preoccupazioni.
Forse...
Di questo figlio, in qualche modo più semplice,
forse, anche se lo sente vicino, non se ne occupa in modo particolare.
Non attira l'attenzione
né perché è di successo e funziona
né perché ha una infermità tale da doversene occupare.
Io penso che lui possa avere vissuto
il sentimento di non essere sufficientemente visto.
Poi ti dici: "Se mi avesse detto che cosa gli succedeva..."
Sono cose inaccettabili.
A quell'età, eh? Alla mia età sarebbe giusto, addirittura!
Dopo "La Cina è vicina", grande successo popolare
che fu criticato,
io andai a Torino a scoprire le lotte studentesche.
Io proprio mi annullai.
"Voglio non essere più un artista borghese."
Camillo nel '68...
Fu l'ultima volta che lo incontrai da vivo.
Era molto scontento e allora io,
un po' per liberarmi, per non affrontare il tema,
gli sparai quattro cazzate rivoluzionarie.
Gli dissi che il riscatto esistenziale
era servire il popolo e lottare contro la classe borghese
che in qualche modo aveva determinato anche la sua infelicità.
Nella rivoluzione,
se avesse aderito a questa idea,
lui avrebbe trovato un suo riscatto esistenziale.
Non ero in grado di capire, o non volevo capire,
che dietro quelle domande
vi fosse una sofferenza profondissima.
Quando io gli parlai di ottimismo rivoluzionario,
lui mi guardò un po' ghignando
e mi disse: "Marx può aspettare."
Nel senso "bello mio, io ho altre esigenze primarie"
"che non quella di servire il popolo." Ecco, in questo senso.
Voi eravate talmente occupati a salvare il mondo,
il proletariato, eccetera,
che non vi siete accorti di avere in famiglia una persona fragile con...
Questo non è un...
Eravate ragazzi anche voi, con i vostri problemi.
Non è un'accusa, era un modo che...
Eravate sintonizzati su delle realtà diverse.
Un giorno gli ho detto di leggere "Il capitale"
perché il mondo stava cambiando.
Già.
Sai che cosa mi ha risposto?
"Marx può aspettare."
- E allora? - Come, allora?
Dico solo che me ne sono sempre fregato.
Parli del suicidio di Pippo come se fosse dipeso da te.
Chi sei tu? Dio?
Il suicidio di Camillo forse...
Adesso è un po' difficile perché...
E' stata una cosa che non ci aspettavamo.
Il giorno in cui l'hanno trovato morto
doveva vedersi con degli amici, Beppe Ciavatta e compagnia.
E poi? Poi niente.
Chi se l'aspettava? Non...
- Tu sei scesa in palestra? - No.
La mamma con Pia e Tonino.
Mamma, Pia e Tonino sono scesi.
Eravamo a pranzo, non c'erano i fratelli.
C'erano la mamma, le ragazze, Tonino e io.
Quando poi è passata la giornata,
ancora nulla di Camillo...
Allora non esistevano i cellulari.
Non c'era preoccupazione,
direi un po' di arrabbiatura da parte della mamma.
Natale no, Santo Stefano non viene,
non avverte, non dice nulla.
Io ricordo solo che l'aspettavamo.
Al telefono non rispondeva, al telefono non rispondeva.
Per andare a fare la festa dell'ultimo dell'anno a Ponte,
aspettavamo lui e non è arrivato.
Ho pensato che Camillo doveva avere avuto un malore.
Bisognava andare a vedere. Speravo di fare in tempo.
Tonino è tornato su e ha detto: "E' morto. Camillo è morto."
- E' salito Tonino? - Sì, ha detto: "Camillo è morto."
Non mi ricordo.
Tonino mi ha detto: "Sei forte?"
Io gli ho detto: "Sì."
Gli ho detto: "Voglio vederlo lo stesso!"
Sono scesa con Pia. Sono scesa con Pia...
Arrivando...
C'era la mamma crocefissa, con le braccia spalancate,
gli occhi sbarrati, di fronte al muro, attaccata al muro.
E lui...
Poi la mamma però,
quando l'ha visto per la prima volta,
- si è svestita. - Ha strappato il vestito.
Si è svestita.
Lei quel giorno si era messa un abito nuovo.
Tonino le ha detto: "Mamma, sei pazza? No!"
Ha cercato di tenerla.
Tonino ha avuto un po'...
Con Pia siamo scese.
Per prima cosa Pia ha detto: "Vai di sopra a prendere un coltello."
- Per tagliare la corda. - Era ancora legato.
Io sono salita, ho preso un coltello e sono riscesa.
Letizia è stata bravissima.
E' salita sulla scala... Era la scala ortopedica.
Non era tanto in alto, mancava tanto così dai piedi al pavimento.
Era in una posizione molto strana.
Era molto basso, aveva le ginocchia piegate.
Io dicevo: "Impossibile."
"E' stata una disgrazia."
"Un gioco o qualcuno ha fatto..."
Un incidente.
Lei è stata bravissima. E' salita, ha tagliato,
e io sotto l'ho preso, l'ho tenuto.
L'ho stretto, ma era già duro. Erano già ore.
Poi ho cercato di adagiarlo a terra e in quel momento...
Io non sapevo che rimane dell'aria, quindi c'è stato un rumore d'aria.
Io l'ho chiamato. "Camillo! Mamma, Camillo!" Però non si è mossa.
E... Poi mi è stato spiegato.
Però come l'ho tenuto, in quell'abbraccio stretto,
per me è diventato mio fratello.
Poi l'abbiamo adagiato sulla panca.
La mamma stava per impazzire.
Teneva la testa di Camillo così.
La mamma è tornata su, urlava: "Non muoio mica!"
- La mamma ha detto "non muoio"? - "Io non muoio! Io non muoio!"
- Che intendeva? - Lui è morto, ma io non muoio.
Non so cosa vuol dire.
Avrebbe voluto morire al posto del figlio. - Ah!
Io ero a Milano, mi raggiunse una telefonata di Tonino.
Mi disse: "Sai, è successa una disgrazia."
E...
Poi mi disse che Camillo era morto.
Nel viaggio da Milano a Piacenza le ho pensate tutte.
Io pensavo a un disastro automobilistico... Anch'io.
Un incidente in cui lui aveva travolto, era morto, però...
Le pensai tutte, l'unica cosa a cui non pensavo era il suicidio.
Il 27 ero a Roma.
Il 27 dicembre
del 1968
mi telefonano e mi dicono...
Giorgio dice: "Guarda che..."
"Camillo è morto."
Non mi specificano il perché, il come.
Io prendo il primo treno per salire a... Piacenza.
Però... incomincio a pensare.
Come Piergiorgio, ho pensato a un incidente automobilistico,
a quanto era stato sfortunato, poi fantasticherie alla "Pugni in tasca".
Potevano morire degli altri al posto suo...
Finché a un certo punto sono arrivato qui, perché era questa la casa.
Allora, proprio sulla porta, Piergiorgio mi accoglie
e dice subito: "Guarda che Camillo si è ucciso."
A questo io non avevo mai pensato,
così come lui, quando fu informato a Milano e venne a Piacenza,
non pensò mai a questa ipotesi.
Poi mi accompagnò nella sua camera, ormai diventata camera ardente.
Lui era già nella cassa da morto.
Un ricordo particolare è che aveva questo fazzoletto
per tenergli chiusa la bocca.
Io rientro
la sera del seppellimento o addirittura il giorno dopo.
Io arrivo
dopo avere fatto con la fidanzata una bellissima vacanza a Parigi.
Con un sorriso che mi arrivava alle orecchie
suono il campanello.
Io non so chi venne ad aprire.
Chi di voi venne ad aprirmi aveva una faccia tutt'altro che ridente.
Si determinò una situazione estremamente imbarazzante
di uno che dice...
"C'è qualcosa che non va."
Certamente mi si è risposto che qualcosa non andava.
Siamo andati rapidamente al dunque, che Camillo si era ucciso.
Non riuscivo a dismettere la pelle dell'uomo felice
per assumere la pelle dell'uomo addolorato. Non ce la facevo.
Così la mattina
mi sono svegliato, evidentemente ero molto imbarazzato.
A quel punto la mamma
mi ha preso per la mano
e mi ha portato nella camera di Camillo
- dove era stato deposto. - Sì, sì.
In questa camera c'era odore di fiori sfatti.
A quel punto finalmente mi...
C'è stato un momento di liberazione, ho cominciato a piangere.
Ho fatto un pianto a dirotto, ho abbracciato la mamma e...
Così sono rientrato... Sono rientrato.
Noi siamo arrivati lì la sera stessa.
So che tuo fratello o tua madre, ma non ricordo, non faccio ipotesi,
hanno detto: "Sappiamo che lei ha avuto questa storia con Camillo."
"Ci piacerebbe che lei avesse la macchina di Camillo."
Mia sorella disse di no, poi andò al funerale.
Non credo che abbia mai frequentato la vostra casa,
anche perché lei si aspettava da parte vostra...
Non ti dico, ma... Di sapere qualcosa di più.
Sapere, se sei stata con Camillo tanto tempo...
Eravamo ragazzi, due o tre anni allora non erano pochi.
Invece queste telefonate da parte vostra non sono mai avvenute.
C'era una ragazza con un nome, no?
L'avete incontrata? Tonino l'ha incontrata?
Questa ragazza era...
Al funerale, abbiamo salito la scala per arrivare alla cappella
e me la sono trovata... Ho immaginato che fosse lei.
Io... ero stretta a Tonino.
Lei era qui, vicino a me.
Ho sentito... Era bionda, ho un ricordo di capelli biondi.
Tremava, tremava il suo braccio.
Lei ha esclamato: "Camillo, perché l'hai fatto?"
Perché l'hai fatto?
Credo che in macchina avessero trovato un suo orecchino, non lo so.
Credo che l'hanno... Io non l'ho più vista, non so neanche il nome.
Tua sorella ha seguito il funerale. - Sì, eravamo al funerale.
- C'eri anche tu? - Certo.
Mia cognata mi ha detto di avere sentito tua sorella mormorare:
"Camillo, perché l'hai fatto?" - Sì, sì.
- E' vero? - Sì, è vero.
Lei era molto discreta, tu non l'hai neanche vista.
Non l'hai neanche salutata, nessuno l'ha salutata, in realtà.
Comunque non è che mia sorella volesse i saluti.
Voleva seguire Camillo e basta.
Io sono convinta ancora adesso che è stata una disgrazia.
Uno sbaglio, un errore mentre faceva un esercizio.
Io voglio credere che è stato un errore.
- Un errore? - Un errore, una fatalità.
- Non credo che lui l'avesse pensato. - Non lo credi.
Non c'era il minimo dubbio sulla volontà...
Aveva anche lasciato un messaggio.
- Aveva lasciato un messaggio. - Sì.
Aveva lasciato una lettera a noi, che io nella mia...
La tenni a lungo, ma quando ci fu il pericolo
di avere una...
una visita della polizia in casa...
Io ho subito anche un processo.
Era il '68, '69.
Distrussi certe cose personali.
Possono mettere le mani sulle carte, sui libri, su quello che vogliono,
ma quella cosa preferisco...
Invece potevo affidarla a qualcuno.
- Il biglietto l'hai distrutto. - Sì.
- Che c'era scritto? - C'era scritto che lui...
Non so se l'ho trascritto da qualche parte.
Comunque... diceva che si toglieva la vita.
Accennava anche a un amore deluso, però...
Ricordo un frammento di frase, "ho fallito anche in amore".
Forse sì, forse c'era, però non ricordo esattamente.
Sì, c'era una specie di disperazione.
Una confessione di fallimento
che però, da un punto di vista pratico, non corrispondeva.
Anzi, era il momento in cui lui era...
Almeno professionalmente, non era mai stato così a posto,
dopo tante vicende, bocciature, sconfitte...
- Aveva scritto un biglietto? - Non abbiamo trovato niente.
Tonino ha guardato.
Dicono che aveva lasciato un biglietto. - Non sappiamo niente.
Ma Tonino, poveretto...
C'era questa Angela che lo aveva lasciato.
Io non ci ho mai creduto.
Secondo me questo confronto lo ha macerato, maciullato.
Però la verità ufficiale è quella,
- che Angela l'ha lasciato... - Ho capito.
Nella lettera scomparsa, distrutta da Piergiorgio,
c'era questa frase: "Ho fallito anche in amore."
Allora è stata interpretata come se si fossero separati.
No, no. Dovevano anche vedersi il giorno dopo.
Mia sorella, come ha saputo della morte di Camillo,
si è precipitata a casa vostra.
Tuo fratello ha dato questa lettera a mia sorella e lei l'ha letta.
Iniziava così: "Cara Angela,"
"l'angoscia ha raggiunto un punto tale che non posso più vivere."
Non so se era "non ho più il coraggio di vivere", ma il senso era questo.
Dopo c'era un...
C'erano delle frasi rivolte a voi, di perdonare, eccetera, poi diceva:
"Ti ho voluto bene. Quando passi per Bobbio, portami un fiore."
Poi addirittura si notava... come se avesse pianto.
Sì, c'erano delle lacrime sulla lettera. Era tutta bagnata.
- E' strano. - Avrai visto la lettera.
- Non me la ricordo. - Non sto dicendo la lettera...
Io e mia sorella abbiamo cercato di analizzare.
Lei mi diceva sempre che lui si sentiva un fallito.
- Rispetto a cosa? Ai fratelli? - Il lavoro sbagliato.
I suoi fratelli erano importanti e lui no, e non essere proprio...
Secondo me percepiva che voi non avevate stima di lui.
Diceva: "Mio fratello è diventato un divo."
Mia sorella gli diceva: "Tu sei più bello."
E' vero.
Anche per lei questa cosa è stata inaspettata. Una fine del genere...
- Assolutamente inaspettata. - Sconvolgente per tutti.
- Infatti c'è il proseguo... - Di sofferenza anche fisica?
Lei ha avuto l'asma per tutta la vita.
Aveva adottato, per non respirare,
l'atteggiamento di sofferenza, di soffocamento, di Camillo.
Le mamme disperate non l'accettano.
Come si può accettare?
- Se diventa matta? - Non diventa matta.
La mamma entrò in una fase...
Lei diceva: "Capisco chi si droga."
"Mettetemi in un istituto, mettetemi in un ospizio."
Ricordava che nella sua infanzia
c'era una donna che si ubriacava perché aveva dei dispiaceri.
Veniva disprezzata anche da lei.
Diceva: "Adesso la capisco e mi pento di averla disprezzata."
"Ci sono delle situazioni in cui"
"l'unica cosa è drogarsi, ubriacarsi."
Ricordo, un anno o due dopo,
di averla accompagnata al cimitero di Bobbio.
Lei non volle salire.
Diceva: "Non mi vuole, mi respinge."
- Lei lo sentiva contro di lei. - Contro di lei.
- Beh, era... - Aveva ragione.
In un certo senso... E' una madre!
Se si uccide un figlio, è un atto...
Si sarebbe dovuto dire...
Se ha fatto questa cosa, che pozzo profondo di infelicità,
di dolore, da quanti anni, eccetera...
E invece questa donna pensava alle fiamme dell'inferno!
Bisognava falsare il nostro atteggiamento.
- "Non è vero, non si è suicidato." - Un teatro.
Dovevamo escludere le fiamme dell'inferno.
Lei credeva alle fiamme dell'inferno. - Certo.
Pensa che cosa orribile! Siamo nel '68...
- Sì, nel '68. - Siamo nel '68
e in casa è ancora presente una religiosità antica,
l'orrore biblico, l'orrore del Vecchio Testamento.
Ci inventammo dei sogni e una fede che non avevamo
per cercare di sostenere il disperato dolore di nostra madre.
Questa preoccupazione della madre
da una parte può avere le sue motivazioni,
ma mi sembra un po' esagerata.
Questo fatto tragico ha lasciato dei segni profondi
dentro ciascuno di voi.
Io non sto male dove mi trovo, io non brucio.
Non ho freddo, non ho fame, non ho caldo, non ho sete.
Non sono arrabbiato con nessuno, non ho voglia di vendicarmi.
Sono qui per dirlo. Se Giovanni ha sensi di colpa, peggio per lui.
Tu dove sei? Come stai? Stai bene? Hai bisogno di niente?
Non mi manca niente, stai tranquilla.
Mamma... non ti dimenticherai di me?
Mai, mai, mai... Mai!
Noi inventavamo che era stato un incidente o qualcosa del genere.
Era stato un gioco macabro.
Oppure ha perso la ragione, poverino. Non è imputabile, se impazzisce.
Altre persone che ne sapevano di teologia, non so se si dice così,
magari cercavano di spiegarle... Figurati!
Che le fiamme dell'inferno erano una cosa metaforica.
Per la salvezza, se lei credeva nel paradiso,
le dicevamo che Camillo era andato in paradiso.
Glielo dicevano anche i preti.
C'era anche chi diceva: "Sai, con il tempo ci si abitua a tutto."
Anche alle fiamme... "Ci fai il callo".
All'eternità!
Qualcuno dice alla mamma: "L'ho sognato."
"Felice, sereno, in un clima celestiale."
"Quindi è salvo."
Poi abbiamo sognato Camillo che era felice.
Questo mi meraviglia molto. Tutti i ricordi di Camillo...
Anni dopo, ho sognato tu e Camillo adolescenti felici.
- Anni dopo? - Sì.
Io invece subito, quella notte.
Ho sognato Camillo in una luce boreale.
- Boreale? - Era in divisa sahariana, sorridente.
L'ho raccontato alla mamma, ma lei vedeva tutto più brutto.
Il dolore di una madre in una situazione del genere
è assolutamente incommensurabile.
Però è un'espressione di amore.
Il dolore è incommensurabile, ma...
Ritiro la parola,
secondo me è commensurato con l'amore.
E...
E nell'amore, il dolore si sublima.
Lì direi che proprio anche a livello umano
si possono raggiungere delle dimensioni
che sono al di là dell'umano.
Chiaramente Camillo era in crisi, covava dei propositi terribili.
Il fatto di non essermene accorto, pur vivendo...
Questo mi ha... mi ha lasciato un senso di colpa.
Un forte senso di colpa.
Mi sono sentito addosso una superficialità.
Non avere capito la profondità del suo dolore
e avere pensato, proprio burocraticamente,
secondo un modo di pensare tradizionale,
che l'essersi sistemato aveva sistemato tutto.
Non mi interessa
cercare di ridurre le mie responsabilità.
Le responsabilità sono state diverse.
A me interessa riconoscere le mie.
Poi, tutti gli altri componenti della famiglia
hanno sottovalutato.
Quando hai vissuto con un fratello gemello per 29 anni
è chiaro che la domanda, se non sei superficiale o falso, è:
"Ma... io non ho capito niente."
Piergiorgio era un grande intellettuale, andava sempre in giro,
portava qui anche scrittori, poeti. Viveva in casa.
Però lui non aveva capito niente.
La madre, con tutta la sua fede religiosa, non aveva capito.
Le due povere sorelle...
Nessuno aveva valutato il pericolo di quella depressione.
Tutti noi fratelli vivevamo una vita...
diciamo, di arida infelicità.
Le cose basiche c'erano tutte, ma a livello degli affetti,
c'era il deserto.
Ognuno in questo deserto cercava di sopravvivere.
Sopravvivere in questo senso.
Io ti considero,
stranamente, un grande apologeta della fede.
- In che senso? - Anche se servendoti di metafore,
hai fatto una serie di film relativi alla vita familiare
e alle difficoltà della vita familiare
che possono essere paragonati ai quadretti,
che sono anche in questa cappella, della Via Crucis.
Poi tu arrivi sulla vetta del calvario
dove c'è questo matto furioso,
un bestemmiatore clamoroso.
Un mio confratello sacerdote lo interpretava
come l'equivalente del grido di Gesù: "Dio mio, perché mi hai abbandonato?"
Porca Madonna!
Porco Dio!
Il mio senso di colpa, anche nei confronti di Camillo,
è che non l'ho amato abbastanza.
Forse lui non ha amato me, ma in fondo io ero più forte di lui.
Questa è la mia sofferenza.
Forse il motivo per cui, abbastanza anziano, non decrepito,
mi è venuto in mente, prima di morire,
di rappresentare o comunque ricordare questa tragedia.
Con i tuoi film mi hai dato la possibilità
di vedere alcune cose dentro di te.
Credo che siano delle cose buone.
Sono come...
Come dei medicamenti che tu, di volta in volta...
Di volta in volta adotti, inventi e adotti per...
Per sanare delle ferite.
Io mi occupo un po' del tuo profondo
perché tu forse non lo sai, ma sei un mio penitente.
Attraverso lo schermo, come se fosse la grata di un confessionale,
sentivo quello che mi diceva il penitente
che attraverso quel film si confessava con me.
- Tu eri il mio confessore? - Utilizzo un'evidente metafora.
E' talmente vicina alla realtà che...
Potresti metterti in ginocchio e io potrei darti l'assoluzione
perché hai già fatto la confessione e ripetuta in tante occasioni.
La penitenza potrei condonarla, potrei farla io al posto tuo.
Sono molto assillata dal futuro.
Dove saremo?
Dove andremo a finire? Dove finiremo?
Ma tu non credi nell'aldilà?
Non credi nell'aldilà?
- Io non credo di rivedere... - I morti?
Io credo nella religione, in Dio.
Il mio desiderio sarebbe di rivedere la mamma e il babbo
perché ne sento ancora la mancanza e mi piacerebbe riunirmi a loro.
Ma non credo, perché saremo miliardi e miliardi.
Come faremo a trovare la mamma e il babbo?
Questo è il mio desiderio più grande.
Non vedere Dio, non mi interessa molto.
Mamma, Camillo, Tonino e Paolo, tutti i miei parenti.
- La famiglia. - Sì, la famiglia.
Ritrovare la famiglia.
Non mi interessano gli altri, non mi interessano i santi.
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