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Original subtitles

Laggiù

Pronto?

No, sto bene.

Sì, fa bel tempo.

No, no, sto bene. Ti assicuro, sto bene.

No, no, mi rimetto.

Oh, adesso sono già passati alcuni giorni.

No, ti assicuro, mi rimetto.

Al mare? No, no...

No, non vado al mare.

No, devo lavorare.

Sì, andrò a vederla stasera.

Sì.

No, no, no, faccio attenzione a ciò che mangio, ti assicuro.

Sì, sì...

No, solo del riso e della carote.

Sì, li avevo nell'appartamento.

Bene, allora a domani. Ti bacio.

Perché la madre di Re Amos si suicidò a Tel Aviv in un giorno di pioggia?

All'incirca nello stesso periodo,

mia zia Ruth si suicidò in un giorno di sole pallido a Bruxelles.

I suicidi accadono ovunque.

Per ambedue era una specie di esilio, ovunque fossero?

Donne che sognavano qualcosa. Che cosa?

Probabilmente non lo sapevano.

Però non riuscivano più a dormire, né a Bruxelles né a Gerusalemme.

Ambedue avevano un figlio.

Uno dei figli diventò uno scrittore. In seguito.

Molto tempo dopo la morte della madre.

L'altro no.

Sebbene a sua madre, mia zia, sarebbe piaciuto.

Per un pò, dipinse.

I suoi dipinti erano tristi. Lasciò perdere.

Poi lavorò nell'alta moda.

E gli piaceva. Almeno credo.

Adesso lavora in un hotel di lusso.

Sempre a Bruxelles.

A lui piace Bruxelles.

Penso a mia zia Ruth quando tornò dal convento, dopo la guerra.

Era cambiata, così sembrava.

Sembra che prima fosse piena di vita.

Abbandonò tutto: il pianoforte, la lettura, ogni cosa.

Penso addirittura che volesse convertirsi.

Non durò.

Mio nonno, che era religioso, non voleva.

Si sposò e poi iniziò ad andare male.

Veniva spesso a rifugiarsi in casa nostra.

Si occupava di me. Mi diede i miei primi libri.

Ebbe un figlio, mio cugino.

Ma questo non migliorò le cose.

Mio padre fece tutto ciò che poteva per lei.

Mio padre amava sua sorella ed io amavo mia zia.

A volte lei mi faceva paura.

Mi parlava come se io fossi un'adulta. Mi faceva paura.

Però mi amava. Mi cantava delle canzoni in yiddish.

Io ascoltavo, però preferivo andare a giocare.

Mia madre e mio padre mi dicevano:

"Sii gentile con zia Ruth, è malata".

Così fui gentile.

A volte andavamo in vacanza assieme.

Era sempre in Belgio, sul Mare del Nord.

Non venne con noi quando andammo in vacanza in Israele in nave. No.

Per lei non era più il momento,

e probabilmente non sarebbe cambiato nulla.

Era troppo tardi.

Comunque, già allora non riusciva più a sopportare il calore e la luce.

Pronto?

Sì?

Sì?

Sì, sto bene.

Bè, non so se oggi uscirò.

Devo lavorare.

Bè, se esco verrò distratta.

Bè, magari la prossima settimana.

No, oggi devo lavorare.

D'accordo, bene. Ti chiamo la prossima settimana.

Ciao.

Non mi sento di appartenere.

E questa non è vera sofferenza, non è orgoglio.

L'orgoglio compare. No, sono soltanto scollegata praticamente da tutto.

Ho qualche punto di riferimento e talvolta li mollo, o loro mollano me.

E io vado alla deriva. Questo per la maggior parte del tempo.

A volte mi aggrappo per pochi giorni, minuti, secondi.

Dopo, mi lascio di nuovo andare.

Riesco appena a guardare, riesco appena ad ascoltare.

Mezza cieca, mezza sorda. Galleggio.

A volte affondo. Ma non del tutto.

Qualcosa, talvolta un dettaglio, mi riporta in superficie.

E ricomincio a galleggiare.

Mi sento così scollegata che non riesco ad avere nemmeno una casa, con pane,

burro, caffè, latte, carta igienica.

E quando ne compro un pò, lo sento come un atto eroico.

In sostanza, io non so come vivere.

Ne andare da nessuna parte.

Quando prendo l'autobus, anche quello è un atto di eroismo.

E tutto questo ha a che fare con quello.

Con Israele, o non con Israele.

Ovviamente, non la vera Israele.

Con una Israele a cui, d'improvviso, io appartengo.

Però io so che è anche un miraggio.

Qualcosa dentro di me si è rotto.

Il mio rapporto con il reale, con il quotidiano.

Come costruirsi una vita dall'aria non rarefatta?

Si inizia col pane in casa.

Un minimo di ordine.

Un minimo di vita.

Oltre a ciò, ho perso tutto: le mie chiavi, i miei occhiali, i miei appunti,

mia sorella e quasi mia madre.

Anche i miei appunti su Israele.

Perché dopo mesi di non riflessione,

ma che erano comunque di riflessione,

ho in infine accettato l'offerta di Xavier,

e ho iniziato a prendere appunti.

Ho perso i miei appunti in Spagna.

Un grosso taccuino a quadretti bianchi e blu.

Ho dimenticato questo grosso taccuino al cinema,

era la prima volta che ci andavo dopo mesi,

ed ero con mia nipote, altrimenti, sarei rimasta nella mia stanza d'albergo.

Ho perso gli appunti al cinema, o nel fast food dove siamo andate prima del cinema.

Non sono tornata a cercarli.

Per pigrizia, per noia,

ma soprattutto per mancanza di desiderio,

o per un desiderio parassitato.

Intorpidito. O peggio.

Per la sensazione che, se io affondassi, bè...

dovrei solo affondare.

Dovrei soltanto negarmi. Come faccio di solito.

Eccetto qualche volta, a scatti.

E' ciò che faccio generalmente, tranne che per i miei appunti.

O al lavoro, quando riesco ancora a lavorare,

negando a tutto il resto di tornare in superficie, a volte.

E ogni volta con maggior difficoltà.

Nel libro che sto leggendo, qualcuno dice:

"Rabi non smetteva mai di assillarci:"

"Un giorno dovremo guardare Israele in faccia."

Senza riserve, né indugi.

Non fuggiremo.

Eccoci. Io sono qui e me ne andrò di nuovo.

Quando arrivai all'aeroporto, alla sicurezza,

mi chiesero se volevo che il mio passaporto venisse timbrato.

Io dissi: "Certo, perché no?"

Come se fosse un atto coraggioso.

E anche un atto di fedeltà.

Lei se ne fregò e lo timbrò.

E se un giorno dovrò andare in Siria, cosa succederà?

Probabilmente nulla.

Altrimenti, dovrò fare un nuovo passaporto.

Un passaporto costa 280 euro.

Il mio atto di spavalderia mi costerà così tanto.

Spavalderia. Ecco dove sono arrivata.

Non mi secca che la gente sappia che sono venuta qui. Non è molto pragmatico,

ma non è neppure come indossare la stella gialla.

No, direi persino che è il contrario.

E non fuggirò dalla stella gialla. Io sono con lei.

E' scritta dentro di me.

Ieri ho avuto una giornata molto brutta.

Una giornata come a Parigi, però peggio.

Avevo una gastrite, o cos'altro. Quando Routi è venuta a prendermi, ho detto:

"Andiamo in spiaggia."

Dopo due minuti avevo dei crampi terribili.

Sono voluta rientrare. Lei mi ha accompagnato.

Morivo dal freddo sebbene ci fossero 20 gradi e fossi vestita pesante.

Digrignavo i denti.

Sono andata a letto e ho dormito.

Stava piovendo quando la madre di Amos Oz si suicidò.

Amos è diventato un grande scrittore israeliano.

Tutti quelli che conosco lo hanno letto, anche se talvolta lo criticano.

Sono uscita alle sette del mattino. Ero rimasta senza sigarette.

Ho camminato verso la spiaggia.

E' a 50 metri dall'appartamento dove vivo.

Ho visto una piccola folla, qualcuno che filmava,

qualcuno che abbracciava un uomo,

dei cocci di vetro.

Ho svoltato l'angolo, ho comprato le mie sigarette e ho chiesto: "Cos'è successo?"

Con tre parole di ebraico. "Bumm", mi hanno detto.

Ho chiesto se qualcuno era rimasto ferito.

"4 morti", è stata la risposta. Sono rimasta senza parole.

Tutto questo si supponeva che fosse finito.

Nulla è normale. Qualcun altro ha aggiunto: "E 50 feriti", in inglese.

"E sono gravi, per giunta. Poteva andare peggio."

Io ho detto: "Così la pace è finita?"

L'uomo ha detto: "No, non è finita. E' solo arretrata di 6 mesi".

Non sapevo più cosa fare.

La gente continuava a correre sulla spiaggia.

Altri raccoglievano i rifiuti. Altri camminavano.

Non sapevo davvero cosa fare.

Mi sono detta: "Andiamo a prendere un tè da qualche parte."

Però nulla mi piaceva. Voglio dire,

non potevo immaginarmi di sedermi da qualche parte dopo questo.

Tutto il giorno, in seguito, il telefono ha suonato.

Erano persone che, per la maggior parte, non conoscevo.

Amici della mia padrona di casa, che sapevano che ero là e si preoccupavano.

E tutti dicevano: "Meno male che stavi dormendo."

E ognuno diceva: "Dovremmo incontrarci, un giorno."

Io dicevo "sì", però dicevo "no".

Infine dicevo che li avrei richiamati.

E anche durante la notte il telefono ha suonato.

L'ho saputo solo dopo.

Stavo dormendo così profondamente che non lo sentii.

Così le persone si sono preoccupate. La gentilezza al telefono.

E' questo che mi ha fatto crollare.

Da quel momento mi sono crollati i nervi.

Ho avuto problemi a riprendermi.

Quando finalmente ho risposto, erano sollevati: sono viva. Ho detto a Sonia:

"Questo mette le cose in prospettiva."

Mette le cose in prospettiva e dopo la tristezza ritorna.

Penso a mia zia Ruth, che tornava a casa dopo le terapie di elettroshock.

E rimetteva le cose in prospettiva, a volte per un mese,

a volte di più, a volte di meno.

Poi doveva ritornare.

Ricordo una volta,

quando pensammo che fosse la volta buona, perché si era comprata un bell'abito estivo.

Ci diede da bere e anche qualcosa da mangiare, credo. Non ne sono più sicura.

Io dovevo avere circa 8 anni.

Indossava il suo bel vestito.

Aveva compagnia: noialtri.

Mio padre, mia madre, non mia sorella.

Non penso che mia sorella fosse già nata.

E poi c'erano suo marito, suo figlio, mio cugino.

Eravamo tutti allegri,

ma nel profondo eravamo ancora preoccupati.

Quanto tempo sarebbe passato prima che lei fosse dovuta tornare là, in ospedale?

"Questo mette le cose in prospettiva", dissi a Sonia.

Quale prospettiva?

Ho chiamato mia madre.

Le ho detto che stavo bene.

Lei ha detto: "Abbi cura di te."

Certo che sì: non prendo l'autobus,

non vado al supermercato, né al cinema.

Bè, quasi sempre io resto qui, nell'appartamento.

E mangio quello che la mia padrona di casa ha lasciato.

E leggo dei libri molto complicati sugli ebrei.

Prendo degli appunti, li rileggo, tento di capirli.

A volte, capisco. Oppure intuisco qualcosa.

Qualcosa che è già dentro di me, ma che non riesco ad esprimere.

Rileggo i miei appunti.

Ancora una volta mi dico: "E' davvero complicato."

Alla radio hanno detto una poesia in tedesco.

Poi l'hanno tradotta in ebraico.

Non ho capito né l'ebraico, né il tedesco.

Era un tedesco molto dolce.

Era letta con gran dolcezza.

Era una poesia, di questo sono sicura.

Doveva essere una poesia molto bella.

Appena prima che io partissi per Israele, mia madre è tornata da Città del Messico.

Quando è arrivata, mi ha chiamato a Parigi.

Con una voce debole mi ha detto: "Sono stanca."

Io le ho detto: "Chi non lo sarebbe dopo un viaggio simile?"

Soltanto questo.

"Sì.", annuì.

Pronto?

Dobby. Cosa c'è di nuovo? Bene. Sono?

Molto bene, va tutto bene.

Ehm... Via Yona Hanevi, sì.

Sette. Sì.

Sì. Ho studiato ebraico a scuola, a Bruxelles.

No, non ricordo.

Sì, sabato alle sette. Si.

Sì, grazie a tutti.

Ciao. Ciao arrivederci.

Sento passare un aereo.

Esco in terrazza per dare un'occhiata.

Non mi piace più andare su questa terrazza.

Da questa terrazza si può vedere il mare.

L'esplosione era vicino al mare. L'aereo è passato...

Non riesco più a vederlo.

Vedo di nuovo il vicino.

E' seduto in terrazza con sua moglie, bevono Nescafé.

Rileggo i miei appunti. E' complicato.

Ho finito la seconda pagnotta, che non era destinata a me.

Era congelata.

Come ne troverò un'altra? Forse l'ha fatta Judi stessa.

Quando descrisse l'appartamento al telefono,

disse che potevo persino fare il pane, perché c'era una macchina apposita.

Io dissi: "Bene, ma non credo che ne farò."

Adesso hanno di tutto in Israele, ma non ho mai visto quel pane.

Ho finito l'ultima fetta e ne sono già ossessionata.

Dovrò cercare in tutti panifici della città.

Voglio che Judi trovi il suo pane, quando ritorna.

Nei miei appunti è questione di tempo e di spazio,

di radicarsi nello spazio.

Questo posso capirlo.

Nemmeno nei migliori panifici e pasticcerie di Via Yehouda ho visto quel pane.

Forse loro sanno dove trovarlo.

Avrei dovuto conservarne una fetta da mostrargli.

Non sarò mai in grado di descrivere com'è questo pane.

Forse ce n'è dell'altro nel congelatore, dietro la carne congelata. Ora...

nel frattempo, preparerò riso e carote,

per liberarmi dei crampi e di tutto il resto.

La felicità inizia pensando a se stessi...

e facendo ciò che occorre per guarire.

Ho mangiato il riso, l'acqua del riso e le carote.

Mi è piaciuto.

Mi sono ammalata mangiando quelle buone insalate che si trovano ovunque in Israele.

Però passerà e io le mangerò di nuovo e non mi ammalerò di nuovo. Chi lo sa?

Rompo un bicchiere.

Un bicchiere che fa parte di un servizio da sei.

Nelle quattro pagine delle regole di casa,

si legge che tutto quello che si rompe deve essere sostituito o rimborsato.

Aggiungo un bicchiere alla mia lista.

Ieri sera sono uscita, ho visto delle persone,

alcune le conoscevo, altre no.

Tutti dicevano cosa c'era di sbagliato al mondo.

Nel 1947 avrebbero dovuto fare questo,

nel 1956 avrebbero dovuto fare quello,

e nel 1968 quell'altra cosa. Tutti avevano sempre sbagliato.

Tutti parlavano il francese, così capivo.

E tutti mi dicono che sono stata fortunata a dormire.

Io abito in Via Yonah Hanavi, che significa: "Via del profeta Yonah."

Anche mio nonno si chiamava Yonah,

ed era discendente del rabbino di Belz.

Mia cugina mi ha spiegato che erano ultra-ortodossi.

Li chiamano "i neri", a causa del loro abbigliamento.

Cammino fino a Via Yonah Hanavi.

Non mi perdo.

Guardo la televisione, il canale francese. Mi addormento.

Mi alzo. L'uomo delle piante è già sul terrazzo.

Sembra controllare la crescita delle piante.

Penso che le piante non crescano così svelte, nemmeno in Israele.

D'altra parte, non si sa mai.

Mia cugina parte oggi per Parigi. È un peccato. Mi piace avere mia cugina vicino a me.

Sembra che sappia come vivere.

Vieni più spesso, mi dice sempre, sì, mi piace crederle. Perché?

Perché, a causa di tutto, del niente, c'è qualcosa nell'aria, qualcosa in me.

Mi preparo riso e carote.

Lascio le cose in giro, poi decido di mettere tutto a posto.

"In questa nazione non lascerò più le cose in giro.", dico a me stessa.

L'uomo beve il caffè con sua moglie sulla terrazza.

Se mio nonno è un discendente del rabbino di Belz,

allora lo sono anch'io.

Cerco dentro di me per vedere se lo sento.

Sì, sì... lo sento.

No, non ci riesco più.

Cosa significa "sentire", comunque? Non lo so.

In realtà, mi rendo conto di conoscere più parole in ebraico di quanto pensassi.

Mi ricordo Haloutzim, che significa "pionieri".

Haloutzot sono le "donne pioniere".

Havérím sono le "compagne".

Anche Havérot sono le "compagne".

Hamouda, motek, "cara", "bella",

maim, miam, "acqua", "mare",

imah, "madre", covah, "cappello".

Al telefono riesco quasi ad avere una conversazione in ebraico.

Lo mischio col russo. Poi qualcuno dice un mucchio di parole e non ci riesco più.

Allora io dico: "Ani lo medabairet Yvrit."

"Non parlo ebraico."

Se io fossi nata qui,

mia madre mi avrebbe lasciato giocare in strada con gli altri bambini.

A Bruxelles non mi lasciava, aveva paura.

Qui mi avrebbe lasciato,

e non avrei trascorso ore a guardare fuori della finestra,

mentre gli altri bambini, giocavano a pallone o a qualcos'altro.

Guardando dalla finestra, mi ripiegavo su me stessa.

Qui avrei corso, avrei gridato.

Qui il bambino è un re, come in America.

Ora ho l'abitudine di guardare fuori della finestra.

Guardo e mi ripiego su me stessa.

E' caldo, oggi. Si sta bene.

Sento i bambini, stanno già giocando in cortile.

Faccio il mio letto, faccio un pò di ginnastica.

Si sta bene.

L'uomo dell'università è venuto.

E' un uomo calmo.

Dice poche cose, ma quando le dice io dico a me stessa: "Sì."

Tento di fargli parlare di Israele. Lui lo fa, tranquillamente.

Io sono d'accordo con tutto ciò che dice.

Non ricordo veramente cosa ha detto, ma era tutto ovvio.

Gli ho chiesto se la madre di Amos Oz, era perché qui, perché si sentiva esiliata,

che si suicidò.

Se aveva perso qualcosa di se stessa quando lasciò l'Europa.

Mi ha guardato per un istante e poi ha detto:

"Forse.". Sì, succede.

La gente non ci pensa nemmeno.

Però succede. Può succedere.

Mi ha chiesto: "E tu?"

Io non conto, torno a casa la prossima settimana.

Sì, lo so.

Devo iniziare a rimettere a posto l'appartamento.

Tutto era così in ordine, qui. Come farò?

Lui sorride.

Si alza e apre le tende.

L'aria, la luce entrano a ondate.

Per alcuni secondi sono accecata.

Dopo, riesco di nuovo a vedere.

Dice: "E' difficile uscire di prigione,"

"sopratutto dalla tua prigione,"

"però finisci per uscirne."

Non oso chiedere come.

Un'altra volta, magari.

Ma quando se ne va, capisco che lui mi ha fatto del bene.

E' un uomo d'altri tempi. E' calmo. E lui lo sa.

Conosce l'esilio, la prigione, l'interiore, l'esteriore.

Bè, almeno così credo.

E se fossimo andati in Israele invece che in Belgio?

Sì, forse avremmo dovuto.

Però fa così caldo, quaggiù. E la terra è così arida.

Sì, però ci sarebbe andata molto bene,

sarebbe stata un'ispirazione.

Forse saremmo ancora tutti qui.

"Mio padre non era abbastanza forte per questa terra arida.", disse mio padre.

Un giorno mi raccontò che quando si iniziò a sentire puzza di bruciato,

lui ci portò a Danzica, mia madre, le mie tre sorelle, e me,

e andò a Marsiglia.

Voleva prendere una nave per la Palestina.

Aveva in mente di andare a vedere come andavano le cose laggiù.

Trovare un posto dove vivere, trovare un lavoro e poi farci venire.

Poi, sul molo, incontrò qualcuno di Kaziemiez, che stava tornando da là.

Esausto.

E qualcuno che non ricordo chi fosse...

gli disse: "Non andare laggiù."

"C'è la malaria, paludi, zanzare e ciottoli."

"La vita è troppo dura."

"Forse tu da solo ce la faresti,"

"ma con una famiglia e dei bambini piccoli, non è possibile."

"E il vento caldo solleva la sabbia."

"La sabbia entra dappertutto, nei tuoi occhi, nelle tue unghie, nei tuoi vestiti."

"C'è solo sabbia, massi, pietre, paludi, zanzare."

"Morirete. Morirete un'altra volta."

- Allora, dove possiamo andare? - Ho sentito che in Belgio si sta bene.

Si può vivere, lavorare, crescere una famiglia. Così almeno dicono.

"Andiamo a vedere". Andarono. Sopravvissero, più o meno.

Bene. Dalla parte di mio padre vissero sino alla fine della guerra.

Però in che modo: senza vento, senza sabbia.

Adesso io sono qui, in Israele.

Sono qui, in un appartamento che non è mio.

E divoro tutto ciò che la proprietaria ha lasciato nel frigorifero.

Non esco, chiudo le tende.

Scrivo. Bè, un poco.

In realtà, inizio leggendo dei libri molto complicati e prendendo appunti.

Io sento i suoni della città.

Io sono a Tel Aviv.

Traduzione: Jago71 Revisione testi e traduzione da ebraico: Esprit 09/2023

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