All language subtitles for Night.Stalker.The.Hunt.For.A.Serial.Killer.S01E02.720p.NF.WEB-DL.DDP5.1.H.264-3cTWeB

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Original subtitles

UNA DOCUSERIE ORIGINALE NETFLIX

Due giovani hanno rinvenuto l'ultima vittima su un crinale a nord-est di L.A.

Il cadavere era stato scaricato a 4,5 m da una diga in un quartiere residenziale.

La vittima è una donna di circa 20 anni, completamente nuda.

Presi la chiamata dalla scrivania di casa e mi dissero che poteva essere overdose.

Scoprimmo il cadavere.

Si vedevano segni di legatura sui polsi,

alle caviglie e intorno al collo.

Era totalmente evidente che non fosse overdose, ma omicidio.

Dieci giovani donne violentate, legate e strangolate,

e i corpi gettati tra le colline.

Sabato mattina presto, il corpo della diciottenne Paula Gwen Ward

è stato trovato in un vicolo…

Il corpo della ventunenne Carolyn Williams.

I delitti sono attribuiti a un killer chiamato lo Strangolatore di Hillside.

Lo Strangolatore di Hillside fece enorme scalpore a L.A.

Undici corpi, undici donne, tutte…

gettate sulle colline, dove sarebbero state facili da avvistare.

Erano nude.

Erano messe in posa.

Una delle nostre teorie era che potesse trattarsi di poliziotti

o gente che si fingeva tale,

perché non c'erano segni di lotta su nessuna delle vittime.

Si erano allontanate dalla strada in modo consensuale.

L'impronta di un palmo è stata rinvenuta sull'auto della tredicesima vittima,

la ventenne Cindy Hudspeth.

In California, un'ex guardia di sicurezza ha avuto l'ergastolo

per alcuni omicidi dello Strangolatore.

Kenneth Bianchi ha ammesso in un tribunale di L.A.

di aver commesso cinque degli strangolamenti di Hillside.

Si è dichiarato colpevole

e ha testimoniato contro il cugino, Angelo Buono.

La stranezza era che due degli assassini erano cugini.

Arrivare a questo risultato fu un lavoro enorme.

C'erano molte altre persone che lavoravano a questo caso,

ma fu Frank a mettere insieme i pezzi.

E quando Frank Salerno lo fece,

restammo tutti a bocca aperta.

Non era per niente facile.

15 ANNI - 21 ANNI

18 ANNI

Ricordo di aver detto a Gil: "Di casi così te ne capita uno nella vita".

E all'improvviso…

"Merda, ci risiamo."

ESTATE 1985

Temperature massime di domani: 40, 42 nel deserto e 47 a Palm Springs.

Domani batteremo un altro record.

Sole e caldo per i prossimi giorni.

Nella realtà dei fatti, dai la caccia a un uomo.

Ma io non sono cacciatore, sono di città. Quindi per me era una partita a Cluedo.

"È stato il colonnello Mustard con una pistola in cucina."

Provi a pensare come un individuo che non pensa in modo logico.

Un serial killer che rapiva anche dei bambini.

E che uccideva in modi diversi,

usando pistole, coltelli,

tramite strangolamento con lacci e manuale,

tramite trauma da impatto.

L'unica caratteristica comune erano le differenze.

I suoi obiettivi erano sia anziani che giovani.

Uccideva sia uomini che donne.

Come sceglieva le vittime? Come sceglieva le case?

Non c'era uno schema.

C'era un mostro tra noi e ci dava la caccia.

Chiunque poteva essere una vittima.

6 LUGLIO 1985 GIORNO 111

John dormiva nella camera sul retro

mentre io mi ero addormentata sul divano in salotto.

SOPRAVVISSUTA AL NIGHT STALKER

Fui svegliata da un rumore fortissimo,

e d'istinto, molto infastidita, dissi:

"John!", perché pensavo avrebbe svegliato i bambini.

Però…

capii subito che non era John.

Non mi rispose nessuno.

Quindi…

paura.

Paura tremenda.

Non sapevo se stesse succedendo qualcosa in casa,

o a metà tra dentro e fuori casa.

Ma qualcosa c'era.

E avevo il terrore di muovermi.

Tipico marito.

"Che vuoi? Tra poco devo alzarmi e andare al lavoro."

"È solo un rumore, tranquilla."

Ma lei insisteva: "Ho sentito la finestra".

Così presi la pistola e feci il giro della casa.

Andai dietro al tavolo del soggiorno

e mentre ci giravo intorno

notai una finestra che non avevamo mai aperto,

perché era chiusa con la colla.

Era completamente alzata.

- Era completamente alzata. - "Dobbiamo chiamare la polizia!"

E lui: "Sono io la polizia". E io: "Lo so, ma dobbiamo chiamarli".

Così presi la torcia

e la puntai verso la finestra.

E fu lì che vidi delle impronte nelle aiuole, nel fango.

Avevamo annaffiato così tanto la sera prima che il terreno

era completamente saturo.

Quando aveva spinto con i piedi per alzare la finestra,

aveva lasciato l'impronta perfetta.

Mandarono una pattuglia e io gli mostrai le impronte.

Lui le guardò a lungo

e disse: "Sai una cosa? Credo sia sempre lui".

Poi arrivarono Gil e una squadra della Scientifica.

Per caso avevo il turno di notte

e ricevetti una chiamata alle 4:30

per un tentativo di effrazione a Pico.

Così andai a casa di John Rodriguez,

e conobbi questo agente giovane e bravo.

Aveva coperto l'impronta con una scatola in caso soffiasse il vento

o qualsiasi cosa. Nessuno doveva toccarla.

Quando vidi arrivare Gil mi resi conto della gravità.

Mi disse: "Non spaventarti, ma sei molto fortunato

che questo tizio non sia entrato".

E io: "Che intendi, scusa?"

E lui: "È un tipo davvero cattivo.

È malvagio. Ha fatto cose che non immagini neanche".

È stato Gil Carrillo a dirmi che l'impronta combaciava.

Eravamo fortunati a essere vivi.

Tanto fortunati.

Tutti noi.

Così, avevamo un'impronta di scarpe.

Non sapevo che impronta fosse, ma sapevo che era un'impronta.

Una volta trovato il motivo sotto la suola

dicemmo a due dei nostri investigatori: "Trovate la scarpa".

Così andarono nei negozi di scarpe

e la trovarono.

Era l'impronta di una scarpa Avia.

Le Avia erano scarpe molto rare.

Non erano come le Adidas, o le Puma, o le Nike.

Avevano appena iniziato a produrle.

ESPERTO FORENSE

Mi occupavo della sezione prove in laboratorio.

Dovevo sapere tutto su quella scarpa.

Andai a Portland, in Oregon, a parlare con Jerry Stubblefield,

l'inventore della scarpa.

IL LEONARDO DELLA CORSA

Mi dette delle suole che avrei potuto usare per i confronti

con i calchi totali o parziali.

Fui in grado di determinare che queste impronte erano state causate

da una scarpa "Aerobic", e non da basket.

Il numero era decisamente 44 e mezzo.

Mi fornì anche i fogli di calcolo relativi ai dati delle vendite.

Scoprimmo che il 9 gennaio 1985

da Taiwan erano arrivate 1356 paia di Avia, modello 440,

per essere distribuite in USA.

Dicemmo loro che pensavamo fosse nera,

dalle descrizioni delle vittime.

Erano state realizzate solo sei paia di scarpe nere, numero 44 e mezzo.

Cinque erano state vendute in Arizona.

E solo uno a Los Angeles.

Insomma…

praticamente era una firma.

Ma non riuscimmo mai a ricostruire il percorso delle scarpe

una volta arrivate a L.A.

Resta comunque una prova importantissima perché quell'orma

lo collegava a diversi altri casi, inclusi i rapimenti.

Se avessimo preso questo sospettato

e avesse avuto le scarpe, avremmo avuto l'assassino.

È così che si fa: si collega tutto collegando diverse prove.

Realizzammo un grafico.

Avevamo armi da fuoco specifiche,

testimoni oculari sopravvissuti,

e si potevano collegare gli indizi e capire dove ci avrebbero portato.

Così iniziammo a mettere insieme tutti questi pezzi.

Analizzammo tutti gli omicidi irrisolti della Contea.

Saranno stati tra i 25 e i 30 casi

che cercammo di collegare,

e uno di questi fu quello di Mabel Bell e Florence Lang.

29 MAGGIO 1985 GIORNO 73

Due sorelle ottantenni aggredite e picchiate nella loro casa a Monrovia.

Un giardiniere le ha trovate due giorni dopo.

La casa era stata saccheggiata.

Una delle sorelle, Mabel Bell, è morta ieri.

L'altra, Florence Lang, è ricoverata in gravi condizioni.

Era entrato da una porta sul retro.

83 ANNI

Mabel Bell perse la vita.

Era stata legata col nastro isolante,

messa a quattro di spade su un letto a baldacchino.

Aggredita e picchiata a morte con un martello.

La sorella, Florence Lang, era viva per miracolo.

Sul pavimento c'era una sveglia

dove sembrava ci fosse un'orma parziale.

Aveva messo il piede sull'orologio e tirato il cavo elettrico,

perché per legare le gambe e le braccia aveva usato anche un cavo.

Il nostro laboratorio era riuscito a far combaciare un'impronta parziale

con l'impronta dell'Avia.

La cosa interessante è quanto fosse a suo agio dopo un omicidio.

Si preparava uno spuntino.

Era un individuo malato.

Fu la prima volta in cui vedemmo il pentacolo scritto col rossetto.

Era sia sulla gamba di una vittima che sulla parete.

Sapevamo cosa fosse il pentacolo, ma non cosa significasse per l'assassino.

Voleva lasciarci un messaggio?

Gli interessava il satanismo?

Era un qualcosa in cui credeva? Era un qualcosa che praticava?

Stava forse copiando…

Manson?

Satana è

una forza stabilizzante nella mia vita.

Mi dà una ragione di vita.

È una forza trainante

che mi motiva a fare le cose.

La sogno questa merda.

Facendo ricerche sui vecchi casi, ci imbattemmo in un altro.

Un tentativo di rapimento di una giovane donna per strada

nella divisione nord-est della polizia di L.A.

La vittima era riuscita a liberarsi e a scappare.

Il sospettato si era allontanato su una Toyota.

Mentre si allontanava dal luogo dell'aggressione…

Fece un'infrazione.

Un agente in moto lo vide e lo fermò.

Non aveva la patente.

Lo fece uscire dall'auto e gli fece mettere le mani sul tettuccio

per perquisirlo in cerca di armi.

L'agente in moto disse: "Resti qui".

Tornò alla moto per prendere il blocchetto delle multe.

Il sospettato sentì dalla radio dell'agente

che parlavano del suo tentativo di rapimento della ragazza.

E una descrizione dell'auto che guidava.

Così raccolse tutte le forze che aveva,

disegnò un pentacolo sul tettuccio e scappò.

Se la diede a gambe.

Si scoprì che l'auto era stata rubata.

Andammo alla divisione Nordest,

e chiedemmo di analizzare l'auto in cerca di impronte e indizi.

IN ATTESA DI CONTROLLO IMPRONTE

La polizia di L.A. la portò nel suo deposito.

Dissero: "Tranquilli, ci pensiamo noi".

In pratica ci stavano boicottando.

Perdemmo un'opportunità…

di trovare delle prove che ci portassero…

all'assassino.

Nella contea di L.A. ci sono il Dipartimento dello sceriffo,

la polizia di Los Angeles,

e decine di altre giurisdizioni minori.

È una contea con un'area molto estesa.

Puoi commettere un crimine a L.A.

e in cinque minuti cambiare tre giurisdizioni.

All'interno di ogni giurisdizione ci sono detective della Omicidi

che si presentano sulla scena per lavorare al loro caso.

C'è una competitività innata.

Chi fa più pubblicità… cose di questo genere.

Quindi, una situazione con più giurisdizioni,

diventa una gara a chi ce l'ha più lungo tra una massa di maschi alfa

che vogliono fare tutto.

Vogliono proteggere il territorio, e lo fanno non condividendo informazioni.

E questo è un problema grosso.

Non esistevano giorni liberi.

Era estenuante, fisicamente e mentalmente.

Esserci già passato…

aiutava…

parecchio.

Sapere come vanno a finire queste cose.

Ma la strada era lunga.

Bisognava controllare le emozioni.

Lo dissi più volte a Gil.

Frank mi disse: "Dobbiamo restare uniti nella buona e nella cattiva sorte".

A questo servono i colleghi.

Detti tutto quello che avevo.

7 LUGLIO 1985 GIORNO 112

Ero a casa che dormivo,

la mia famiglia non c'era,

e mi svegliai di soprassalto alle 3:30,

sudato,

e terrorizzato.

L'assassino era in casa mia.

Presi la pistola e uscii dalla camera.

La tenevo spianata di fronte a me,

accesi le luci, e mi assicurai di avere sempre le spalle al muro.

Movimenti rapidi, ispezionavo,

avevo il respiro affannato.

Se avessi chiamato la polizia per nulla mi avrebbero dato del matto.

E così controllai tutta la casa.

Mi calmai,

misi via la pistola e accesi la tv.

C'era un film di John Wayne.

Così mi misi a guardare il film.

Poi suonò il telefono e mi spaventai a morte.

Mi dissero di chiamare la mia amica Linda Arthur.

TECNICO DELLA SCIENTIFICA

La chiamai…

e lei mi disse: "Gil, vieni subito qui

perché la mia dirimpettaia è stata stuprata

e credo c'entri col tuo caso".

Dissi a Gil quello che era successo.

Avevo degli ospiti ed eravamo andati a fare il bagno di notte.

Verso le tre del mattino, eravamo usciti dalla vasca idromassaggio,

eravamo rientrati e…

loro erano andati nella stanza degli ospiti, io nella mia.

Cinque o dieci minuti dopo,

la mia amica si alzò e mi disse: "Linda, ti stanno chiamando".

E io: "Il telefono è qui. Lo avrei sentito".

E lei: "No, ti chiamano da fuori".

Così, sentii la mia vicina, Sophie Dickman,

che chiamava: "Signora Arthur!"

Così, corsi nel cortile sul retro,

mi arrampicai sul muretto e da dietro l'ultimo mattoncino

vidi la finestra della sua camera.

Le dissi: "Sta bene? Che è successo?"

E lei rispose: "Sono stata derubata, stuprata e ammanettata al letto".

Il sospettato aveva tolto la porticina per il gatto

ed era entrato nella proprietà.

E l'aveva violentata.

Lei aveva avvicinato il letto alla finestra per chiamarmi.

Ha dichiarato: "Mi ha messo un guanto in bocca e un cuscino sulla testa,

e mi ha detto 'Non guardarmi'".

Sapere di essere stata dall'altra parte del muro

mentre lui commetteva questi crimini,

mi terrorizzava, perché era nel mio quartiere,

e chiunque poteva essere una vittima.

Terrorizzata.

Tante notti faticavo a dormire.

MOGLIE DI GIL CARRILLO

Dopo aver parlato con Sophie Dickman, alle 7 del mattino,

chiamai mia moglie.

Le dissi: "Perché non svegli i bambini?

Andiamo a fare colazione fuori".

Se non sbaglio, per il tempo della colazione

non ricevette chiamate.

Tornai a casa dei miei suoceri,

mi misi seduto, ero distrutto, e dissi a mia moglie:

"Dormo un'oretta. Ho appuntamento con Frank alle 12".

E lei: "Ti stai uccidendo. Non puoi continuare così".

E lui non gradì questo commento.

Io sapevo cosa facevo.

Lei non aveva idea di cosa stessi facendo, del pericolo,

di quando tornavo a casa.

Mi disse:

"Se non mi svegli tu, chiamo in ufficio

e mi faccio svegliare da loro".

Ricordo che tirò su una gamba,

iniziò a slacciarsi una scarpa e il cercapersone iniziò a suonare.

Un altro caso.

La notte del 7 luglio, una nonna di 60 anni, Joyce Nelson,

è stata uccisa a Monterey Park.

Sentire il nome di mia nonna in televisione,

"Joyce Nelson, una nonna di 60 anni di Monterey Park"…

Era molto di più di quello.

Ricordo che mi piaceva tanto come si vestiva,

perché aveva un bello stile, era un tipo minuto.

Era alta poco meno di 1.60 m, e pesava poco più di 45 kg.

Ma per me era una guerriera.

Aveva questo spirito coraggioso,

che l'aveva aiutata ad andare avanti

nella sua vita da madre single per tanti anni.

Aveva una casa che si era comprata da sola e che era il suo tesoro.

Era una signora che usciva in cortile e faceva la ruota.

Pantaloni neri, camicetta bianca,

scarpe di pelle coi lacci,

e faceva la ruota davanti casa.

Aveva sempre una collana al collo, tutto il tempo.

Mi aveva promesso che quando sarebbe morta

l'avrebbe passata a me in quanto ero la sua prima nipote.

E ricordo che le rispondevo che non volevo quella collana

perché non volevo restare senza la nonna. Volevo lei, non la collana.

Dormivo spesso a casa sua, o passavo il weekend da lei.

A volte mi portavo i pattini

e andavo su e giù per la sua strada.

Un quartiere sicuro.

Finché non lo fu più.

7 luglio 1985…

Colleen festeggiava il suo quattordicesimo compleanno quel pomeriggio,

quindi stavamo correndo a casa.

Quando arrivammo, c'era Don sul vialetto

e pensai che avesse un infarto in corso.

Era bianco come un lenzuolo.

Ero in stato di shock, credo.

Gli chiesi: "Che è successo? Che c'è?"

Mi guardò e mi disse: "La nonna è stata uccisa.

Qualcuno è entrato in casa sua

e l'ha uccisa".

E così…

a partire da quel momento,

capii che tutto sarebbe cambiato.

Mi sentii morire.

Tutte le domande senza risposta, i "Perché?".

C'era del sangue sul letto

e un'enorme quantità di sangue sul pavimento.

L'ultima cosa che vidi di mia madre

fu quel sangue.

Mia madre aveva paura di essere stuprata.

Credeva nel concetto di predestinazione

e sentiva che sarebbe stata vittima di stupro.

Si difese.

E non fu violentata.

Era pieno di rabbia mentre la picchiava.

Le calpestò letteralmente la testa lasciandoci un'impronta.

Di una scarpa Avia.

Sono contenta di sapere che ha lottato.

Perché lei era così. Non si arrendeva senza combattere.

Joyce Nelson fu uccisa

nelle prime ore del mattino del 7 luglio.

L'aveva uccisa senza però farci sesso.

Così aveva fatto circa un chilometro,

ed era entrato in casa di Sophie Dickman.

E lì aveva violentato lei.

Avevamo un assassino che commetteva due delitti in una notte.

Trovammo un'impronta di una scarpa

sul cemento, vicino all'ingresso di casa Nelson,

che corrispondeva a tutte quelle che avevamo.

Così, in pratica…

nel giro di dieci giorni,

avevamo avuto Higgins, Cannon, Bennett, Dickman e Nelson.

Cinque casi in dieci giorni.

È pazzesco. È assolutamente folle.

La sessantunenne Joyce Nelson viveva sola in casa sua, a Monterey Park

dov'è stata ritrovata picchiata a morte.

Si pensa che l'assassino sia lo stesso di una rapina di metà maggio

quando una donna era stata picchiata e stuprata e il marito ucciso.

È lo stesso coinvolto in altre cinque aggressioni

nelle vicine comunità di Arcadia, Monrovia e Sierra Madre?

I detective non lo escludono.

I media iniziarono a essere coinvolti dopo il caso Nelson.

Nel frattempo, i mezzi di informazione

che avevano seguito il caso Higgins,

ci videro di nuovo da Mary Cannon, sempre ad Arcadia.

Dissero: "E voi che ci fate qui?"

"Lavoravamo a quell'altro e abbiamo deciso di prendere anche questo".

Poi videro Frank e Gil a Monterey Park a casa di Joyce Nelson.

E dissero: "Qualcosa bolle in pentola".

C'era qualcosa nell'aria.

Pensai: "Un attimo. Che succede?"

Ci fu un boom mediatico.

La vicenda era su tutti i notiziari.

Era roba grossa.

Non solo per il nostro canale, per tutti i canali.

Non c'era modo di nasconderlo ai ragazzi. Era ovunque, tutto il giorno.

Non si scappava.

Era una cosa di cui parlavano tutti.

Noi assistevamo…

Insomma, era nostra nonna,

le volevamo bene e non c'era più.

Un assassino che entrava nelle case.

Senza nessun motivo apparente.

A volte derubava, a volte no.

A volte stuprava, a volte no.

Non faceva distinzioni di razza,

né di tipo di vittime.

Non avevamo mai visto niente del genere nel sud della California.

E più ci pensavi, più ti dicevi:

"Sarò il prossimo?"

Il Palazzo di Giustizia ha istituito la più numerosa squadra di detective

dai tempi di Hillside.

Solo del nostro dipartimento, ci lavoravano più di 200 agenti.

Eravamo una vera e propria task force.

Chi seguiva le piste delle scarpe, chi delle manette.

Per il cric avevamo chiesto al costruttore su quali macchine venisse usato

per avere un'idea di che tipo di auto usasse.

Cercavamo prove di qualsiasi tipo, eravamo molto meticolosi.

Ogni squadra aveva un suo compito specifico.

Così controllavamo il volume delle informazioni

e non rischiavamo di tralasciare l'indizio clou, che sarebbe arrivato.

Non c'era alcun dubbio, e dovevamo saperlo riconoscere subito

in modo da reagire.

Dipartimento dello sceriffo, Martinez.

Ricevemmo oltre mille chiamate.

È qui, alla Omicidi dello Sceriffo

aperta 24 ore su 24, che vengono verificate le chiamate.

Chiamavano in continuazione.

Che aspetto aveva?

Noi davamo seguito a ogni indizio.

Molti non portavano da nessuna parte.

Ex mogli chiamavano incolpando gli ex mariti.

Ricordo un poliziotto di nome Willie Wilson.

Sembrava un istruttore dei Marines, un tipo tostissimo.

Un giorno iniziò a battere sulla scrivania e a imprecare.

Lo guardai ridendo e dissi: "Che c'è, Willie?"

Lui rispose: "Sono alla Omicidi da più di vent'anni,

ma con questo caso sono diventato un coglione che corre dietro alle piste".

Mi disse: "Senti questa. Questo tizio sembra proprio lui.

Assomiglia al disegno che hai fatto fare.

Mi fa: "L'unico problema è che questo è nano".

Ma era quello che facevamo. Seguivamo ogni pista.

8 LUGLIO 1985 GIORNO 113

Mentre c'erano i telefoni impazziti, mi passarono una telefonata.

Ero alla mia scrivania.

"Omicidi, sono Salerno."

"Frank? Sono Laurel Erickson."

Laurel Erickson, Channel 4 News, Los Angeles.

Gli dissi: "Frank, che mi dici di questa impronta di scarpa?"

Le feci: "Quale scarpa?"

E lei: "Quella dell'Avia".

E pensai: "Ecco, ci siamo".

Era un'informazione vitale per le indagini.

Se l'assassino, di cui non conoscevano il nome,

avesse cambiato scarpe,

non sarebbero stati in grado di identificare i reati come suoi.

E pensai: "E adesso?" E lei: "Farò un servizio".

E io: "Non farlo. Rovinerai le indagini". E lei: "Lo farò".

- Le dissi: "Aspetta". - La mandò dal capitano.

"C'è un problema.

Ho Laurel Erickson della NBC al telefono, e sa dell'Avia."

Lui disse: "Passamela".

Il capitano disse: "Ragazzi, siete agli arresti domiciliari.

Restate in ufficio, non uscite".

"Quando ve lo dirò io,

uscirete, andrete nel parcheggio passando dall'ingresso principale

e troverete Laurel Erickson con una troupe".

"Cosa?"

Gli scambi tra investigatori e giornalisti sono frequenti.

Ero furioso.

Io pensavo al caso e lei al suo servizio.

Se hai qualcosa che loro non vogliono che pubblichi,

loro ti danno qualcos'altro in cambio,

così tu sei contento e l'indagine è salva.

"Voi due rilascerete un'intervista in esclusiva sul caso,

senza dettagli sull'elemento comune."

Fece un accordo in base al quale non avrebbe parlato della scarpa

a patto che potesse intervistarci. E così fece.

Il sergente quarantaseienne Frank Salerno non dirà nulla per aiutare il killer.

Lui e il suo compagno, il trentacinquenne Gil Carrillo, hanno troppo in gioco.

L'ultima volta era lo Strangolatore di Hillside.

Salerno dice che aver risolto quel caso gli sarà d'aiuto per lavorare a questo.

I serial killer hanno una cosa in comune.

In genere, con i serial killer,

può capitare che cambino città, ma non smettono di uccidere

finché non vengono arrestati o uccisi.

Volevo denunciarla per estorsione.

Come pensi abbia ottenuto l'indizio?

Glielo avrà dato un detective.

Mi piacerebbe sapere chi e ringraziarlo personalmente.

Laurel Erickson, Channel 4 News, Los Angeles.

La pressione perché lo trovassimo saliva,

quella dell'opinione pubblica, dello sceriffo Sherman Block,

dei nostri stessi colleghi,

nonché quella che ci mettevamo da soli.

Poteva significare salvare la vita dei miei familiari

di mia madre, dei miei figli, di mia moglie.

Dovevamo fermare quel pazzo.

Frank la gestiva meglio di me.

Non è che spegnessi tutto,

semplicemente cercavo di non pensarci.

Entravo nel vialetto e staccavo.

Non parlavo del caso con la mia famiglia.

I miei figli erano grandi.

Quindi non ci sedevamo a tavola e mi dicevano: "Che hai fatto oggi?"

I miei figli all'epoca avevano sette, dieci e tredici anni.

Insomma, lavorava 17, 18 ore al giorno.

Tornava a casa, faceva la doccia, dormiva qualche ora.

E io stavo dietro a tre figli da sola.

Facevamo la nostra vita ma lui non stava mai con noi.

Non era facile.

Iniziavo a essere irascibile, cosa che non mi si addiceva.

Ma mi faceva arrabbiare,

perché lei non capiva

l'entità della pressione che avevo addosso.

Ognuno reagisce in modo diverso.

Qualcuno purtroppo si rifugia nell'alcol,

sperando la cosa non sfugga di mano.

Parecchie sere

finivamo di lavorare…

e andavamo a bere qualcosa.

C'erano dei locali a Chinatown

dove andavamo a ragionare.

Uno si chiamava Flora's, e dovevi bussare alla porta,

aspettare e dopo poco…

arrivava qualcuno alla porta, apriva un po' e ti guardava.

Se ti riconosceva,

apriva la porta e ti faceva entrare.

Se non ti riconosceva, richiudeva tutto e ti lasciava fuori.

Si poteva parlare di lavoro

perché quasi tutti lì facevano parte delle forze dell'ordine.

A volte l'unico momento di tranquillità per me e Frank

era quando potevamo andare a bere qualcosa.

Ero preoccupata per la sua salute.

Ero preoccupata perché era sempre stanco

e si faceva un paio di bicchieri prima di guidare fino a casa.

Ero terrorizzata che si addormentasse al volante.

Tornavo a casa e mia moglie: "Fatto tardi?" "Sì".

Poi andavo a letto e mi diceva: "Hai bevuto, vero?"

Insomma… tutte cose che non vanno bene in un rapporto.

Serve tanta pazienza per essere moglie di un poliziotto.

9 LUGLIO 1985 GIORNO 114

Quando ci dissero del caso

del sospettato fermato su un'auto rubata

che aveva disegnato il pentacolo prima di fuggire,

ci dissero che quell'auto sarebbe stata esaminata dalla polizia di L.A.

Noi chiedevamo, ma nessuno ci diceva nulla.

Lo dicemmo al capitano Grimm, che fece una telefonata.

Neanche lui ottenne granché.

Alla fine fece un po' di pressione e ci dettero accesso al veicolo.

Era ancora nel deposito prove e non era ancora stato esaminato.

Fu allora che scoprimmo che l'auto era parcheggiata fuori al sole.

Quando mettemmo le mani sull'auto

qualsiasi traccia era bruciata.

Andata, non c'era più nulla.

Completamente inutile, in termini di impronte.

Però, dentro la macchina

c'era una valigetta di plastica di poco conto

con un biglietto da visita di uno studio dentistico.

Era un dentista di Chinatown.

Io e Gil andammo da lui e lo interrogammo

e scoprimmo che chiunque fosse il nostro sospettato

era stato da lui il 3 luglio, ed era già l'8 o il 9 luglio.

Lo avevamo mancato di cinque giorni perché non avevamo il biglietto.

3 LUGLIO APPUNTAMENTO DAL DENTISTA

5 LUGLIO AGGRESSIONE A WHITNEY BENNETT

Pensavamo solo…

7 LUGLIO SOPHIE DICKMAN STUPRATA

"E se avessimo saputo di questo biglietto da visita…

7 LUGLIO JOYCE NELSON UCCISA

…allora?"

Potremmo averlo già arrestato.

Sul biglietto c'era scritto il nome Richard Mena.

L'indirizzo era sbagliato, mi pare Branik Street a East Los Angeles.

Ottenni le radiografie dei denti

e le feci vedere a un mio carissimo amico dentista.

Gli chiesi: "Che mi dici di queste radiografie?"

E lui: "Ti dico che deve tornarci.

Ha un dente rotto, e il dolore lo ucciderà, se non lo sta facendo.

Ci tornerà".

Usammo due dei nostri agenti asiatici.

Un appostamento a due.

Li piantammo lì in attesa che Richard tornasse dal dentista.

Erano nello studio.

Erano lì tutti i giorni e sapevamo che se fosse tornato lo avremmo preso.

Sottotitoli: Rachele Agnusdei

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