All language subtitles for I DIARI DI ANGELA 2

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Original subtitles

e quel gesto semplice che vediamo è quello che c'è

in ogni loro immagine proprio perché non

è loro che se la tenevano ci sono cose che erano

attesaulizzato per decenni in cantina

questo spazio spazio

mondo e oltre che incombe ecco questa presenza dello

spazio che è il cinema raramente viene vista con una precisione così spietata

amorevole e spietata questo c'è del Rossellini

e non in una falsa maschera di rigore

il rigore è il fatto di Riuscire a fare contro tutte le tendenze, di qualche

modo riuscire, poi hanno avuto ormai riconoscimenti in tutto il mondo, sono

tra gli artisti più che cineasti, così vengono chiamati.

Io trovo che siano molto più intensi e importanti di qualunque artista

contemporaneo.

Ci dicono loro che non c'è la contemporaneità, c'è tutto in un blocco,

in uno spazio.

e deve incombere e ci incomberà sempre finché avremo gli occhi e la

voce per farlo e così come continuerà a fare

Angela in questo

gioco è presa ci sopravvive come dicevo

e questo per questo ci riconosciamo tutte le

figurine che vediamo nei loro film, tutti i frammenti elettrici, di nuovo è

un film paradigmatico.

Questo è il paese dove tu sei nato e del quale non conosci niente.

Mentre che sono nato a Verona, so.

Vedi quell'ombra alla terza cresta, dopo quella più visibile e

sassosa. Ce n'è una che sembra fumosa, quasi inconsistente. Non si

sa nemmeno se...

E qui, se non sapessimo noi, si può distinguere da una nuvola più scura,

lunga, o l'ombra della montagna. E lì comincia l'Arabat.

E là dove c'è quel bianco, uno sembra una spirale di fumo, come una

gigantesca sigaretta fumata da Dio, che poi va a finire in un bianco.

La parte bianca ultima, dopo la quale c'è il grigio, e dopo la quale c'è il

declivio ancora di questa montagna, lì, stranamente, la parte

più alta, puntuta, guzza, somiglia alla cuspide, di cui parla qui questo

poeta storico, sotto il quale Argos è

passato, il quale dice che ama.

che non c'è nessun viaggio nel mondo che può portare un posto come questo a

vedere una valle come questa e a vedere l'Ararat come lo si vede da qui e come

lui è vissuto e si è accorto che è vissuto per amare quella cima bianca che

per lui è il simbolo della purezza della cosa più vicina all'uomo

ma anche la più lontana perché l'uomo non potrà mai essere così puro e così

alto come è Com'è la cima dell'Arrat.

Leggo dal diario di Angela Ricci Lucchi 1975

Partenza

per Londra, giovedì 14 agosto, ore 21.15

Sabato siamo partiti in treno per Edimburgo

Viaggio in USA, 1981,

14-10-81, spesa, taxi

Milano 10.000, tabacco 54 franchi francesi.

Incontrato Maccas, Jonas Maccas.

Incontrato Howard Gutenplan, al Millennium.

17-10-81, giornata decisiva. Questa sera ci sarà il nostro lavoro proiettato al

Millennium alle 20.

Preso un cab guidato da un armeno che ci ha portato fino al Millennium.

Proiezione, non molta gente.

Un po' di questions dopo.

Parti in casa di Weinbren.

Amici, Larry Gottheim, Grenier con la sua girl.

Gutenplan, Madeleine e altri.

20.10.81.

Alle sette andati da Vincent Grenier e Anna, incontrati alcuni filmmaker di San

Francisco. Graham e Erniger visti alcuni loro film.

Rientrati tardi.

Comperato il Village Voice, dove il nostro nome è a caratteri cubitali negli

avvisi degli spettacoli.

27-10-81 Partiti con...

Greyhound alle 10 per Binghampton. Larry ci aspettava all'arrivo.

Abbiamo fatto vedere i nostri film all'università di Binghampton.

Proiettato il film erotico.

Una ragazza ha pianto, poi ci ha baciato le mani.

Cena da Debbie nella loro splendida casa, nella campagna.

Dormito nella stanza sopra, tra gli alberi.

Partiti alle 14.30, arrivati a Utica alle 17.30.

Andati a cena alle 18, con Scott e Pat.

29-10-81 Atteso, con la solita agitazione,

la proiezione nel college nuovo, a Utica.

La proiezione è stata accompagnata da risa continue iniziate alle scritte in

italiano dei cataloghi e sono proseguite per tutto il tempo.

Io ero nervosa con il profumo che mi arrivava addosso e mi infastidiva.

Tornati a casa con Pat e Scott.

Andati a letto a mezzanotte. Un po' incerti. Almeno io.

Influenza. Depressione.

31-10-81.

Viaggio per la California.

Partiti da Utica alle 6.50 con un piccolo aereo.

Arrivati in pieno pomeriggio a Los Angeles.

Cena a casa con i cari amici.

1 novembre 1981.

Il primo giorno a Pasadena.

Alzati presto. Luce incredibile. In piena estate, tipo agosto.

Andati da loro amici, di Terry e di Mary.

Poi da una loro amica, Carol, di capelli lunghi e rossi.

Poi visto un mercatino e a bere la bibita rosa messicana, Peach Margarita.

Cena con amici a casa di Terry e Mary.

2 novembre 81.

Andati a Pasadena, downtown, in bicicletta.

Proiezione alle 14 al college.

Terza proiezione ufficiale, Università di Los Angeles, da Chick Strand, una

filmmaker, molto colpita dal nostro lavoro.

Proiezione molto buona nella classe.

Alla sera William Scaf è venuto con i suoi superotto, visti alcuni film.

5 novembre 81.

Andati in bici a Pasadena per la Colorado Boulevard.

Alla sera, per il dinner, siamo stati alla casa di Diana e Bob Wilson.

Mangiato vegetariano, nella loro bella casa.

Ci hanno fatto un regalo coccodrillesco.

7 novembre 81.

Bellissima giornata al mare a Laguna Beach con Sharon e sua madre Virginia

Jones in una splendida casa fra le Bougainville.

Alle 17 un copioso pasto Mexican food.

Alla sera, quarta proiezione, alla libreria di Long Beach, numero 83.

Comprati libri.

Festa di compleanno del grasso proiezionista.

8 novembre 81.

All'attraction gallery, quinta proiezione, sala grande, bella.

ma parecchie avarie con proiettore terribile

9 novembre

81 ultimo giorno a Pasadena e sesta proiezione andati al finforum dentro la

banca io

e Y seduti sul proscenio fuochi pazzi, cattivi, tensione

Molti amici.

Dopo due tavole rotonde al ristorante.

10 novembre 81.

Partenza per San Francisco.

Accompagnati dopo una pazza corsa in macchina con Ami Halpern.

Ci ha portato alla sua casa in cui vive con un arrangiatore di suoni

hollywoodiano che ha vinto un Oscar.

Addio a Los Angeles.

Ciao Pasadena.

A San Francisco visto Carmen all'aeroporto con capellaccio e

panciotto e sacchetto di plastica.

Al terminal c'era Jeffrey con Steffi, carini.

Ci hanno accompagnato alla loro casa.

Che bello oggi, dall'aereo il grande ponte sulla Baia.

Ricordo l'ombra dell'aereo nell'oceano.

11 novembre 81.

Colazione con Jeffrey, poi andati da Janis Lipsy.

I suoi film molto belli, delicati, poetici.

Siamo andati con Steffi e Jeffrey a Berkeley.

spazio bello grosso successo molto pubblico

ottava proiezione alla cinemathèque dentro la

scuola di belle arti con molta gente successo straordinario

Partiamo per El Paso.

19 novembre 81.

All'aeroporto di Tucson abbiamo preso una macchina.

Viaggio fino alle 8 e 30, fino a El Paso.

Ci è venuto a prendere Vili Varela, andati a casa sua, incontrati con sua

moglie, Becky, Rebecca Maria.

Andato in un locale texano molto bello.

20 novembre 81.

El Paso.

Di nuovo caldo. Andiamo alla banca e a fare un giro per questa città molto

colorata da una popolazione indio-messicana.

Passeggiata per il drugstore.

Visti i film di Willi e di Breckage.

21 novembre 81 Alzati presto, andati alla ricerca

di Jackalob nei vari drugstore.

Trovate cartoline da una vecchia donna di origine francese.

Abbiamo proiettato a Il Paso per la nona volta, in una libreria.

Circa trenta persone.

Bimbo bruciato con padre poeta, tra il pubblico.

Dopo con amici da Adolf, ristorantino buono, food.

Mio dolore continua.

Ho quasi crisi depressiva, data dal male e dalla fatica.

22-11-81, domenica il Paso, ascoltando Music for Films di Brian

Eno, mangiando pancake domenicale, omelette al prosciutto e formaggio,

eccetera.

Andati al Messico, che viva, mercato coloratissimo a Juarez,

odoroso, concitati cristiani.

Mucho pueblo, foto.

Filma a piedi, lasciando la macchina nel Texas.

Andati poi a comprare dolci.

Domenica col football, cenetta con roast beef e patata calda.

Scambi di scritti, saluti.

Inciso a un nastro con diverse musiche.

Bello.

23 novembre 81

Partenza all'alba, da El Paso.

Salutati amici, viaggio ottimo.

Arrivati a Minneapolis, St. Paul.

Neve e freddo.

In casa di Bo Smith non c'è riscaldamento, nella casetta bianca e

blu. Barbara is wife of Bo.

Barbara è la moglie di Bo.

Impatto con la città.

Conosciamo Buster, figlio di Bo. Andiamo a mangiare con lui e Bill, da Work Art

Center, centro di esposizione e arti.

Interessanti.

Bill è interessato per il cinema.

Girata la città.

Appeso manifesti.

Andati in negozi e librerie. Esperienza nefasta di cibo in un McDonald.

A casa col bus.

Mangiato pesciolino e tortine budino di Bo.

Qualche foto.

Topini in casa.

Alzati e andati con Bo al Film City Center, dove proiettiamo.

Poi mangiato al King's, in sé paré di vecchio legno.

Andati per spese, stivali e altro food ad un altro centro spese, Apple Center.

Tutto gigante, neve, freddo.

Abbiamo una Super 8 con cui filmiamo.

E le foto che facciamo, comprate in rullini.

26 novembre 81, giorno del ringraziamento. I primi padri pellegrini

ringraziano Dio di essere sopravvissuti dopo un anno.

Io dopo una notte atroce ringrazio di sopravvivere dopo due mesi. Abbiamo 540

dollari.

46° giorno.

Andiamo al City Center Film.

Colazione con Rick e Florian.

Alle due al St. Mary Hospital.

Il piccolo Buster ci accompagna.

Buonissimo.

Proiezione undicesima, molto buona. Conosciamo molte persone interessanti.

28 novembre 81, mattinata tremenda per me di dolore.

Dodicesima proiezione buona, conosciuta alla mecenate dei filmmaker.

Andati a dormire a Minneapolis, a casa del fratello di Mary.

30 novembre 81, partenza da Minneapolis, buon volo fino a Chicago.

Per dieci minuti perdiamo il volo per Madison.

Il bus si chiama Arco e parta alle undici.

Io trovo un piccolo posto.

Campi di mais, terra ricca, agricola.

A Madison c'è Gege Murphy.

Ci porta all'università.

A cena, a mangiare oca. Io pesce lesso.

Primo dicembre 81, dormito al caldo, buona colazione e all'università per i

soldi, per il manifesto e altre facezie.

Alla sera, concerto di Saint-Ré.

Due dicembre 81, proiettato il film erotico in 16 mm.

Alla sera, tredicesima proiezione.

Arriva Matthew, arriva Jerome, il direttore del museo e tutti i professori

di cinema di questa enorme università.

Popolazione giovane, successo, Iervante felice, happy.

Si beve vino, si parla, un'americana mi traduce.

Vogliono conoscere le teorie che vi sono sotto.

3 dicembre 81, partenza per Toronto.

14° proiezione in un posto che si chiama Funnel.

Proiezione Very Good.

Incontriamo Michel, poi John, beviamo birra con lui al Dominio.

Parlo in italiano.

Una giovane avvocatessa mi dice in francese che ha sentito l'oppressione

delle donne.

Notte risveglio stupendi, noi due e un gatto, Napoleoni.

5 dicembre 81.

Partiamo per New York alle 11.45.

Via Chicago.

Dormito all'aeroporto di Chicago, arrivo a New York alla guardia alle 7 di sera.

Andati da Marcella alla 70° Avenue, accolti con calore e buonissima cena.

58° giorno Andati a Orchard Street a prendere le Nike

per me e il paliacetto per Buster.

spedito subito per Minneapolis-St. Paul.

Andati al MoMA, ci farebbero entro il 1982?

Hanno visto i due Karagoets e l'ombroso, Adrien Mancha e Robert

Breer.

10 dicembre 81, partenza all'alba per Pittsburgh, via Chicago, colori

bellissimi.

Arrivati a Pittsburgh a lune 45.

Arrivati Bruce e Margaret con auto, neve, vento, freddo.

11 dicembre 81, museo con Victor, dove vediamo film interessanti.

Bruce Bailey, Kenneth Anger, Hollis Frampton.

è bella con la neve neogotica parti alle sei da victor

e molly molto simpatici quindicesima proiezione non molta gente ma buona

proiezione

12 dicembre 81.

Partenza all'alba. Marilyn ci porta all'aeroporto.

Ritardo notevole alla partenza.

Inizia il nostro lungo trip per l'Europa. Per due giorni prenderemo

aerei. Dalle 8.40 a Pittsburgh a Milano.

13 dicembre 2000.

dal diario di Angela Ricci Lucchi.

Partiamo dalla malpensa su un Boeing per New York.

Ci avviamo verso la quinta e ultima retrospettiva del 2000, il punto massimo

per noi.

Soli, senza mafie di critici o altre spinte.

Resistenti.

Retrospettive a Nyon, a Villa Docondo, a Milano Cineteca, a Parigi Cinematec e

ora a New York.

14 dicembre.

In hotel aspettiamo Raymond Bellour, che è vicino. Grandi feste.

Andiamo sulla 5th Avenue e in Madison Avenue, in una galleria.

Al decimo piano vediamo una mostra di acquerelli e acqueforti di Henri

Michaud. Surrealismo delicato.

Ore 6.

Presentazione di Raymond al Cinema del MoMA. Grande sala, vicino alla

caffetteria.

Bellissima proiezione, in senso tecnico, di inventario balcanico.

C'è un incontro dopo con il pubblico.

Con Yervant...

Bill ci presenta e spiega il mio scarso inglese. Molte domande, qualcuno

azzarda. È una favola? Yervant dice.

È la guerra.

Per tutta la proiezione ho avuto un'angoscia emotiva.

Il ristorante elegante, dai costi proibitivi, mi diranno in Italia.

Incontriamo Mary Lee Bundy, Larry Kardish e il marito di Mary Lee, Gary,

molto simpatici. My boss, dice Bill, pare molto contenta,

ci offre un'ottima cena.

Sono tra lei che parla italiano e francese e remonde.

Lei parla di letteratura. Si stupisce perché conosco la scrittrice americana

Villa Cater e la preferisco a Hemingway.

15 dicembre.

Alle 10 in taxi con Bill.

Attraversiamo Central Park.

In sala Scott fa una presentazione diversa da Raymond.

Gwen dice, sono due presentazioni diversissime. Scott lotta con il

microfono che non funziona.

Si rivolge al pubblico in modo anticonformista.

Fa un po' il nostro percorso. Non sono stati dimenticati i film profumati.

Rissale fino all'ombroso.

Dal polo all'equatore.

via via e presenta su tutte le vette e pace c'è più gente

È il 16 dicembre.

Alle 6.30 parti il nostro onore alla casa di Bill e cosa rarissima

arriva Mary Lee.

Parla che ci vuole aiutare molto, vuole salvare i nostri film e acquisire gli

ultimi, farne dei 35 mm per il loro archivio.

Bill è contento perché siamo piaciuti noi e il nostro lavoro al My Boss.

11 settembre 2001.

Alla televisione sta passando un film orribile, spaventoso, vero.

Due aerei, passeggeri, kamikaze, hanno attraversato le Torri Gemelle a New

York, vicino a Wall Street, dove abbiamo abitato e dove con Bill e Gwen nel

dicembre 2000 siamo stati al ristorante al 106° piano.

Avremo qualche immagine del ponte di Brooklyn e della statua della libertà.

Che orrore!

Gli ascensori enormi e velocissimi, l'atrio enorme, un mare di gente.

Io pensai allora quanti poveracci del terzo mondo pagano questo enorme spreco.

Gennaio 2009.

Milano, New York.

Coraggio o incoscienza?

Yervant terrorizzato, preoccupato.

Nuova valigia. Vecchia stampella. Borsalino.

Da malpensa con American Airlines.

Siamo all'hotel Warwick.

Siamo già stati nel 2001, vis-à-vis del MoMA.

Stanza 2905, al 29° piano.

Leggiamo su New Yorker, rivista letteraria diffusa ovunque.

C'è un richiamo alla nostra retrospettiva, anche sul New York Times.

Bill dice che mai nessuno ha avuto tanta pubblicità.

Ho detto ci sono i pompieri nella strada.

E' molto dolce!

È qualcosa?

E'

una composizione.

E' il tè verde, l'ice cream.

Inizia lunedì 2 la nostra retrospettiva.

Al mattino vediamo alcune mostre al Metropolitan.

Andiamo al MoMA, teatro 2.

C'è molta gente, siamo sorpresi. Io e Gwen ci tocchiamo con le spalle.

C'è in sala Bob Lamley, storico. È venuto da Londra. Sarà qui per due

settimane. Vuol scrivere un libro su di noi.

In questo qui c'è la prima

pagina, le migrazioni della Pasqua, i pellegrinaggi così, e c'è la descrizione

della Pasqua, il significato dell'agnello, i vari

significati, questi panni che davano alla fine delle

cerimonie con le scritte sopra, quei panini degli armeni, ci arriviamo ancora

forse da qualche parte.

E io mentre leggevo questi rituali, da lavanda, dai piedi così,

ho pensato che nulla corrisponde a quello che abbiamo visto a Gerusalemme,

la violenza di quei rituali.

Che in fondo è là che nasce tutto questo rituale così violento.

Lì fanno la poesia, il terraniello.

Qui fanno la poesia? Sì.

della letteratura fanno. Invece abbiamo visto quei rituali lì che cavolo,

uccidenti. Però bisogna vedere quando nasce questa competizione tra

i cristiani.

È antica, perché ad esempio per le crociate a un certo punto, non so se sia

il Saladin, che dà questo spazio agli ortodossi, quindi i greci,

Quindi a quell'epoca è attaccato da un gruppo, perché aveva favorito questi

greci, perché il patriarche era un greco.

E allora il re aveva delle ascendenze greche e loro attaccano questa cosa che

aveva dato ai greci questo grande spazio.

gli altri cristiani che siano stati e dice che l'unico stato che

i

musulmani rispettavano, questo è

all'epoca del Saladino, l'unico stato cristiano che rispettavano erano i

georgiani.

perché erano molto lontani, facevano i fatti loro e avevano un grande rispetto

dei giorgiani.

Ma a noi è stato detto che i giorgiani avevano perso tutto il loro potere sotto

il salto sepolcro, e c'era una volta anche lei.

E' perché si vede che all'epoca sardina avevano un gran peso. Probabilmente non

avevano più potuto pagare, però pagare perché bisognava pagare.

Le tasse. Però a quell'epoca lì c'era l'unico stato cristiano che rispettava

nessun altro.

Sì, ma qui siamo alla fine del 1100.

Sì, 1190. Però molto più avanti, o non tanto più avanti, con i

Mamelucchi, credo, i giorgiani sono stati accusati di essere delle spie

dei mongoli.

e perciò sono stati dimenticati e le loro chiese sono state tolte e sono

diventate moschee ma Ran Sinan ad un certo punto si ferma sui bruciati e

comincia Gengis Khan fa intervenire il regno di Gengis Khan è molto

interessante sì ovviamente ogni pagina ogni pagina sono dieci libri l

'originale credo sarebbe bene mettere a confronto per esempio mettere a

confronto quell'anno e io prendo Misho e proviamo a leggere Misho. Ma io metto un

po' a confronto quello che ho letto di Ghosh, un po'. Che lui non tocca

tanto, però dice, i crociati in quell'anno lì, sono quegli anni lì,

rovinarono i rapporti e i commerci.

I commerci tra il Mediterraneo e l'India, perché passavano tutti là

sotto.

Dall'Egitto andavano là nel Golfo.

È una grande cultura, una grande cultura che, io lo confesso, mi

manca in una maniera... Enrico di Ciampan è quello molto bello, che aveva

sposato dopo neanche una settimana di vedovanza la vedola di Corrado di

Monferrato, Isabella.

Una settimana dopo.

Sì, neanche una settimana di vedovanza l'aveva sposato.

Prima non lo voleva, poi quando l'ha visto era così bello.

Ed era molto amato dalla sua gente, perché si era liberato da uno statista

bravo, perché si fidava di bravi consiglieri, era un uomo prudente,

eccetera, eccetera.

Ed ha una morte incredibile, perché improvvisamente riunono i tedeschi,

decisi con l'imperatore per riconquistare Gerusalemme.

A questo punto i musulmani, gli eredi di Saladino, si organizzano per attaccare i

tedeschi. E lui lì, poveraccio, era il re di... lei era regina di Giosalemmia,

ma lui non era mai stato ancora nato re.

Aveva lui disperato, non ha un esercito così forte, lui aveva sempre avuto dei

rapporti col Saladino, molto col Calti, così.

Allora lui chiede aiuto ai Pisani, che avevano lì le loro basi.

Arriva la delegazione pisana...

Lui è in una loggia aperta in alto nel castello e li riceve e passa in rassegna

queste truppe pisane.

A un certo punto fa un passo falso, cioè non si ricordava più dov'era e cade nel

guato perché la loggia era aperta.

Il suo nano, il nano di corte, cerca di proteggerlo, di afferrarlo, però il nano

era di peso leggero, lui era un uomone.

cadono e sfracellano e si uccidono insieme, tutti e due. E' una storia

incredibile, questo nano che appare.

La regina, disperata, cade in un rutto, perché è uno dei pochi matrimoni felici.

E però vogliono che lei sposi assolutamente un altro, perché questo

esercito era rimasto senza condottiere e senza re.

Allora lì tutti andassero in grado a fare e dice...

E tutti i nobili si davano da che fare chi doveva sposare, senza pensare che

forse doveva anche lei decidere chi sposare.

Quindi i nani di corte, famosi, no?

Era il 1197.

E Corrado com'era invece?

un oscigno anziano piemontese che lei aveva sposato, però dello stesso

Don Emozzo era stato ucciso perché lei aveva fatto un

bagno, la tirava la lunga, la lunga... Perché non voleva sposarlo.

Beh, vabbè, però lei era riuscito a concepire una figlia con lei, che la

chiamavano la Marchise.

aveva cinque anni, la chiamavano la Marchesa perché era figlia di un

marchese del Monferrato.

Che non era però Corrado.

Che era Corrado, però era stato ucciso dagli assassini, quella famosa

setta degli assassini. Di cui parla Freya Stark.

Di cui parla Freya Stark.

Quando gli dice la valle degli assassini, perché era la valle di quella

setta, che poi quella era la Gakkan.

Gli Ismailiti.

Gli Ismailiti.

E credo che fosse Corrado che aveva un buon rapporto con loro, credo.

Che era venuto, sì, l'avevano invitato nella loro fortezza, gli avevano fatto

un gran pranzo e gli avevano dimostrato che per ordine del loro signore si

potevano assassinare fra di loro.

E questo uomo, che era un uomo mite, aveva detto, no, ma non importa, non vi

dimostriate.

Se ne era tornato a casina.

Che te li ha preveduti.

Dai Grillo, spegni.

Gerusalemme.

3 aprile 2007.

Milano-Vienna-Teraville.

L'aereo parte alle 7.50.

Abbiamo saputo solo ora, alla partenza del nostro produttore.

sconvolgente.

Yervant filma e si perde sempre.

4 aprile 2007 al mattino visita al quartiere

armeno

alla

messa armena tutto è biblico I rituali, i colori, siamo nell'antico.

e il priore lava i piedi. Sembra il sogno di Costantino, di Piero della

Francesca.

Molto organizzato, anche igienicamente, molte le spugne.

Poi fa un'unzione.

Si, si, si.

Grazie mille, grazie

mille.

venerdì santo, il giorno della croce.

Un regalo alla catena.

... ... ... ... ...

Grazie.

Andati alla via dolorosa dove furiosi portano croci.

e dove c'è un guazzabulio in senso di acqua lerce.

Yves Siron mi solleva, preoccupato che ci caschi dentro con i sandali.

si baciano pezzi di muro

Io parlavo in italiano al telefonino.

Caldo, fatica, fanatismo, scale, scalini.

Pietro sconnesse, crocevia come laghi d'acqua.

Odori di ogni tipo, puzze, cibo, sudori, souvenir.

Altro che non luoghi, ogni tipo di fedeli e di religiosi passano.

Lingue, canti differenti.

Donne sole.

Gruppi di famiglie.

Confraternite. Passano anche arroganti.

Passano con croci grandi, piccole. Ti devi spostare svelta. Ti schiacciano

contro il muro.

Nelle spinte, orde invasate, il fanatismo è scatenato, orrendo, una vera

via crucis, ci si ferma alle varie stazioni.

I bimbi della processione devono essere protetti.

Ma c'è soprattutto una violenza nei volti.

Sono americani, forse sono giapponesi? No, no, li conosco.

Il leader è americano.

tanti soldatini ed Israele armati seriamente.

Cristo.

7 aprile 2007 sabato santo presto veloci in taxi per il

patriarcato

Molte strade bloccate, molti poliziotti e molti soldati.

Ci bloccano alla Jaffa Gate, vengono a sbloccarci dal convento.

Sfilano due bande armene di bambini, ragazzini, ragazzi e adulti. La

prima è del Partito Democratico, Khaki e Rossi, e suonano cornamuse.

stile Scozia. La seconda molto in blu, stile college, è quella dei

Tashnak, la destra, e suonano all'americana.

Entro in chiesa.

Non poso quasi i piedi per terra.

Folle cerimoniali alla chiesa del santo sepolcro.

lotta tra minoranze cristiane che si contendono spazi anche piccoli nei

luoghi sacri devono pagarli chi più paga più ha potere più spazio

Sono piccolo, non vedo.

Candele accese, valanghe di incensi, patriarchi, folle urlanti, bandiere,

nazionaliste.

Altri urlano, cantano. Siamo in un'arena di lotto? Allo stadio? È fede?

indescrivibili, in piedi, in uno spazio transennato, limitato prima dai pretini

armeni, poi dai militari ebrei.

Un ragazzo esce

sanguinante in testa, violenza inaudita per un luogo detto sacro.

La polizia che non fa passare chi?

La polizia che non fa passare chi?

Gli armeni?

Corre portato in alto un prete armeno con le candele che anche noi accendiamo

litigo con giovani fotografi che ti calpestano spingono diventano poi

gentili sono incazzata nera anche una gamba mi è diventata nera

quando

sciolgono

le campane grandi boati e fuoco esce dal santo sepolcro

Distinto rifiuto questa fede ageografica anche il fanatismo. O San

Francesco.

Il

nostro

viaggio più duro.

Non è possibile rappresentare le emozioni.

Ho ciò che si è visto, sentito, ascoltato.

Come le tre cigne. Non vedo, non sento, non parlo.

Una terribile domenica estiva di giugno, la mia famiglia va in bicicletta sul

canale che corre presso il mulino dei Figni, alle porte di Lugo.

Ci sono i contadini, altri amici, con cannocchiali, macchine fotografiche,

tutti scrutano il cielo, sono preoccupati.

Sostiamo in un campo, c'è il canale di fianco.

Mia madre aveva preparato il pranzo domenicale a casa, prende la bicicletta,

va a recuperarlo. La nostra abitazione è distante quasi due chilometri. Il nostro

coraggio e la nostra incoscienza.

Non abbiamo fino in fondo la percezione della guerra.

Penso a mia madre, sono in ansia, perché non la vedo tornare.

All'improvviso lei è in bici con la sporta di cibo, fa un giro lungo, non

passa per la strada che fiancheggia il canale, è troppo rischiosa.

Io sfuggo alla sorveglianza della PEA.

e le corro incontro sento un rombo improvviso e vicinissimo e sopra di me

un grosso uccello nero c'è la sua ombra nel campo giallo di stoppie vedo

sollevarsi in aria degli spruzzi di paglia i colpi di mitragliatrice mi

inseguono sento le urla dei miei familiari mi chiamano anche mia madre è

terrorizzata mi cerca siamo all'inizio di un grande incubo

Linea gotica. Dicembre 2017.

Angela Ricci Lucchi.

Estate. Autunno. Inverno. Natale 1944.

Primavera 1945.

Le bombe ormai ci terrorizzavano. Piovevano dal cielo azzurro

estivo. Venivano annunciate da rombi lontani.

sempre più vicini, sempre più vicini. Si abbattevano sulle case, sulle strade,

sui campi, sui fossi.

Mia sorella Anna urlava, prendeva la sua bici e fuggiva verso i campi.

Mia madre era disperata, non sapeva che cosa fare per proteggerci.

Inseguiva Anna con la bicicletta, voleva riportarla a casa dove c'eravamo noi, io

e la mia sorellina più piccola.

Già, mia madre era sola in quei momenti. Non capivamo dove mio padre fosse

andato. Non c'era. Questa era l'unica certezza. Anni dopo ho saputo che in

quel periodo era cercato dai fascisti. Erano malintenzionati nei suoi confronti

perché non era uno dei loro.

Qualcuno lo aveva aiutato a fuggire. Era andato lontano a nascondersi.

Due cose mi avevano colpito in quei momenti.

La sparizione improvvisa di mio padre e il fatto che non si andava più alla

scuola materna. Che strano vedere lo studio di mio padre chiuso e al contempo

la scuola chiusa.

Il nonno era l'unico uomo rimasto con noi. I suoi figli erano stati arruolati

da giovanissimi. Mio zio Giorgio studiava ancora al liceo quando lo

chiamarono nell'esercito.

Il nonno una mattina rimette in moto il suo vecchio 18BL, uno degli autocarri

della Prima Guerra Mondiale.

Gira la manovella, perché è così che avviene la sua messa in moto.

Carica panche e vecchie poltrone di vimini dove fa salire la nonna, la

sorella vedovatina, noi tre piccole e mia madre.

Si parte.

L'atmosfera non era vacanziera. Il vecchio osmatico 18 BL si inoltra per

stradine secondarie di campagna, le strade bianche.

Arriviamo ad una casa di campagna dove ci aspetta la sorella più giovane di

mamma con il suo piccolo, nato da poco.

Anche lei ha il marito ufficiale richiamato alle armi. Ci attende una

sorpresa.

Rivedo ancora il fratello minore di mia madre.

Giorgio steso sul letto, con i piedi insanguinati.

Era fuggito da una caserma di giovani soldati.

Ben presto si era accorto che le giovani reclute venivano fatte uscire da una

camerata di notte, ma non ritornavano più.

I tedeschi eliminavano i militari italiani, le reclute.

Giorgio, a piedi nudi, per non destar sospetti, era andato in bagno di notte

ed era fuggito dalla finestra. Era giugno. I contadini avevano falciato il

grano. Le stoppie laceravano la pelle. A circa 70 chilometri era la casa di

campagna dove si era rifugiata la sorella. Non poteva certo presentarsi a

casa. Anche Giorgio fu fatto salire sull'autocarro 18BL, camuffandolo da

donna, con la zia e la carrozzina del suo neonato.

Il nonno aveva progettato di mettere in salvo tutta la sua famiglia, strade

piene di buche, fossi da attraversare.

Arrivammo ad una spoglia casa di campagna, dove fummo tutti ospitati in

due, tre stanze dalle contadine rimaste, madre e figlia. Gli uomini di casa

apparivano e sparivano, continuamente allertati e stavano nascosti.

Da subito realizzammo l'occupazione tedesca.

Grandi, bellissimi cavalli avanzavano con eleganti ufficiali. Il cuore batteva

forte. Ero piccola.

Tuttavia ricordo un senso di paura, di sgomento costante.

Io e le mie sorelle restavamo la maggior parte del tempo in casa, anche se era

estate e il sole era alto.

Due figure si stagliavano come ritagliate, una del prigioniero russo,

molto bruno, con baffi, sempre a torso nudo, con pantaloni lucidi di pelle

nera. probabilmente un caucasico. Non parlava, era un carrista. Ad un certo

punto scomparve.

L'altra figura è di un omone grande e grosso, sorridente.

L'avevano messo a fare il cuoco. Sempre vicino a pentoloni bollenti, era un

prigioniero polacco.

Alzava con la forchetta una grossa patata, la mostrava dicendo Deutschland,

Deutschland, uber alles.

Il terzo tedesco?

Una presenza fissa attorno alla casa si chiamava Emilio. Era incaricato di

portare il cibo al vicinissimo fronte. Caricava i pentolini della zuppa su un

grande carro di legno come quello dei contadini della Slesia e partiva col suo

cavallo. Lui era un contadino costretto a fare una guerra che detestava.

Tirava fuori dalla sua giubba la foto delle sue tre bambine. Indicava noi, tre

sorelle. Sospirava.

Desiderava tornare a casa.

Quando sopraggiungeva qualche tedesco ubriaco, lui lo allontanava.

Emilio sparì un giorno, non fece ritorno col suo cavallo.

All'improvviso riapparve mio padre.

Era riuscito con grandi rischi e difficoltà a raggiungerci. Voleva stare

con noi.

Le angosce erano tante.

I bombardamenti aerei e i rastrellamenti dei tedeschi. E terrore dei terrori.

Quando veniva ucciso un tedesco, scattava la legge dell'uno per dieci.

Gli uomini scappavano nei campi. I tedeschi duri e furiosi entravano con

prepotenze in casa a controllare.

L'atmosfera era greve.

Noi bambine dovevamo sempre tacere. La casa non era più sicura.

Eravamo dentro la primissima linea, colpi a tutte le ore. Tutti dormivano

nella stalla in compagnia dei topi. Era considerato il luogo più protetto.

A luce spenta, perché non c'era che un timido lumino a carburo.

C'era invece la burela, una piccola mucca bianca e nera che aveva latte.

Era vitale per noi, per il formaggio, il burro. Non era una gran produzione, ma

permetteva la sopravvivenza.

Lei era docile e mansueta, aveva solo una gran passione a masticare di notte

la coperta che copriva Giorgio, che dormiva nella mangiatoia vicino a lei.

Iniziò nell'autunno la debacle dei tedeschi, la grande ritirata.

Una notte tempestosa, con una pioggia flagellante, sentivamo che passavano le

truppe in ritirata, verso il nord.

Ad un tratto, colpi forti e ripetuti.

Alla porta della stalla appare un soldato armato. Punta contro di noi il

suo fucile da guerra.

Slega Burela e la vuol portare via.

Lei recalcitra.

Lasciare la sua stalla protettiva e affrontare l'ignoto nella bufera.

Con grande sorprese e felicità di tutti, alcuni giorni dopo, Burela apparve sulla

porta della sua stalla.

Grandi abbracci e baci. Com'era riuscita a liberarsi?

Coraggiosa la nostra Burela.

In una mattina di inizio inverno, sul paese quasi distrutto da bombe di

aeroplani e cannoneggiamenti, sentiamo una dolce nenia, musica e strumenti a

noi assolutamente ignoti.

Arrivano avanti a tutto le cornamuse suonate dagli scozzesi del Canada.

Una visione stravagante in un orrido paesaggio. I soldati avevano gonne

quadrettate.

A noi sembrava la fine della guerra.

No, era iniziata per noi.

I canadesi, i neozelandesi, che erano dietro le cornamuse, ci cacciarono

urlando in casa, di cui avevano requisito la maggior parte.

I cecchini tedeschi erano inesorabili, ci ammassarono nella cucina.

Visione che non dimenticherò mai.

Arrivarono altri sfollati da una casa vicina distrutta. Furono gettati i

materassi per terra. Noi tre sorelle eravamo sotto il tavolo.

L'unica luce era quella della piccola cucina economica dove la vecchia ziatina

cucinava continuamente al buio.

Ammassati, sporchi, all'unica finestra con la grata stavano a turno gli

alleati. Così si chiamavano.

Con le armi, pronti a sparare i cecchini tedeschi che a pochi metri rispondevano

al fuoco.

Siamo stati per un'infinità di tempo in prima linea, nella famosa linea gotica.

Il problema era di fornirsi d'acqua al pozzo davanti casa.

Spesso i soldati venivano falciati.

La vita era durissima, poche possibilità di movimento.

Addosso, gli abiti estivi con cui eravamo fuggiti.

E vivo ancora il ricordo di mia madre disperata e di mia sorella Anna che

spesso urlava. Ed io e Sesa le tappavamo la bocca.

L'ufficiale neozelandese, specialmente durante le lunghe notti, ci metteva le

tonde cuffie nelle orecchie e sentivamo in anteprima Glenn Miller, lo swing.

Che musica strana, eppure divertente.

Tum, tum, tum, tum, l'eroica di Beethoven.

Radio Londra echeggiava in cucina.

Porte sbarrate, finestre chiuse, coperte di panni scuri.

Noi, grandi e piccoli in silenzio, ad afferrare il significato di certe

bizzarre frasi.

Il sole splende, le rane gracidano, piove sulle colline.

Continuamente l'ufficiale dava via radio la nostra posizione.

Charlie West, Charlie West, un'altra lingua nuova.

Si avvicinava il Natale. L'ufficiale spiegò a mio padre che ci sarebbe stata

una breve tregua.

Lui voleva che fossimo portate in salvo e indicava a me e le mie sorelle.

Dovevamo avere una protezione che poteva essere solo quella aerea.

Disse di prepararci a partire. Appena avesse avuto la possibilità di

proteggerci con l'aereo Cicogna, saremmo dovuti fuggire.

La casa era stata un mattino canoneggiata.

gran parte distrutta. I canadesi che giocavano a poker saltati per aria,

tutto distrutto, volato via a pezzi.

Il pericolo era più che evidente.

Una livida mattina ci dissero che l'unica via di scampo era arrivata.

Io feci per uscire nel retro della casa e per la prima volta vidi un soldato

morto da scavalcare.

Mi aiutò mia madre, le mie gambette erano troppo piccole.

La mamma cercava di chiudermi gli occhi. Feci in tempo a vedere che dalle travi

del soffitto pensolava a testa e braccia in giù un altro soldato.

Fuori il nonno, mio padre.

Giorgio aveva sistemato delle coperte su un vecchio carretto.

Iniziava così il nostro esodo.

Avremmo avuto... Poco cibo per il viaggio.

Lo ricordo con abbastanza chiarezza. Il villaggio distrutto, la chiesa, il

campanile, buche nelle strade da cui non bisognava uscire, cavalli squarciati con

le budella fuori, mucche annegate, gonfie, putride, nefossi e anche umani

semisepolti.

La nonna, in preda a una crisi nervosa, continuamente doveva fermarsi.

Le due contadine traghettavano su una nera barchetta di là da un fiumicello.

La strada era lunga, la cicogna sorvolava su e giù.

I tre uomini a turno spingevano il carro, erano sudati. Mio padre aveva

usato le mani solo per scrivere, ora le aveva sanguinanti.

Anche a noi piccole era stato dato qualcosa da portare, ricordo delle carte

preziose di mio babbo, che fatica.

Ma ad ogni costo si doveva portarle tacere.

Faceva ormai buio. Affrontammo stremati una salita.

Dovevamo superare un ponte.

Vicinissima c'era una fattoria che il nonno conosceva.

La cicogna sparì dopo un cerchio sulle nostre teste.

Ci salutava. Il suo compito era finito.

Dal diario di Angela, Milano, 15 ottobre 1984.

Questa sera, alle ore 23 circa, Yervant ha iniziato con il robot

la camera analitica dal polo all'equatore.

Abbiamo impiegato anni per vedere tutti i materiali per il film.

Le ultime parti studiate sono quelle sul fascismo e i suoi emblemi.

1983 In estate siamo in Romagna.

Il 29 luglio, improvvisamente, decidiamo di andare a Predappio

per filmare le immagini del centenario della nascita di Mussolini.

Partiamo con poca pellicola, 16 mm,

e una vecchia camera.

Sul posto vi sono due troupe, una giapponese e una francese,

OAS.

In un bar chiedo un bicchiere di vino rosso.

Rispondono. Qui solo nero.

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