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Se questa è la volontà degli dèi, che Ulisse ritorni, io andrò a Itaca a
infondere forza nell'animo di suo figlio.
Detto questo, Atena, la figlia di Zeus, la dea dall'occhio azzurro,
venne giù dalla cima dell'Olimpo, giù all'isola di Itaca, dove era la casa di
Ulisse, e prese spoglie umane.
Come sovente usano gli dèi presentarsi ai mortali.
Aveva preso l'aspetto di mente, capo dei tappi.
Nella casa su in alto, in quel momento, una donna tesseva una tela
interminabile. Era Penelope, la moglie di Ulisse.
Da quella stanza, che era stata la sua stanza nuziale, usciva raramente,
restandoli sempre a ricordare il marito scomparso da vent'anni e a meditare su
quello che sarebbe stato il futuro per lei e per suo figlio.
Sei il benvenuto, spagnolo.
Ti saluto. Vieni, entra.
Questa è la mia casa.
Allora tu sei Telemaco, figlio di Ulisse.
Mia madre mi chiama così.
È un nome che non ho mai sentito dalle labbra di Ulisse.
Euriclea, è arrivato un ospite.
Adesso vieni a mangiare. Euriclea, figlia di Opo.
Comprata schiava da bambina, era stata la nutrice di Ulisse.
Telemaco la chiamava nonna.
Penelope, è arrivato uno straniero.
Proprio poco fa lo ha accolto Telemaco. Forse porta notizie, notizie di Ulisse.
Non illuderti ancora una volta.
Sta' attenta.
Non illuderti, regina. Il mondo è pieno di furfanti che viaggiano sotto falso
nome e inventano false avventure per carpire la buona fede degli ingegneri.
Questo sarà come gli altri che ti hanno dato su Lisse le notizie che tu volevi.
Solamente, capo dei Tafi.
La mia nave è ancorata nella baia che guarda Samu, ai piedi del monte.
Allora tu conosci Itaca?
La conosco, la conosco molto bene.
Ci sono stato anni fa, ospite di tuo padre.
Ho sentito dire che tuo padre è tornato.
No, t'hanno detto il falso.
Non è tornato ancora.
Chi sono costoro?
Lasciano le armi fuori del palazzo, ma si comportano da padroni.
Vedo anche che ti ignorano.
Forse perché anch'io li trascuro.
Sono tuoi ospiti?
Ospiti? Ne avevamo in questa casa quando era onorata e mio padre era qui.
Ma come vedi le cose sono molto cambiate.
E adesso io mi trovo in questa vergogna.
Guarda.
Questi sono i pretendenti al trono.
Vengono sempre qua.
Ogni giorno.
Sono principi.
Sono principi di Itaca e di altre isole.
Samu, Zacinto, Dulicchio.
Vogliono in sposa mia madre.
E tua madre è obbligata a risposarsi.
Lei non vorrebbe, ma non ha il coraggio di opporsi.
La capisco.
E questo dura da molto?
Quel tanto che basta a questa gente per divorare tutti i miei beni, che è ciò
che fanno.
Anche oggi si prenderanno un vitello e agnelli e maiali e sporcheranno la casa.
Ne faranno un porcine.
Tutto divorano, tutto divorano, tutto divorano per offendere la casa di
Ulisse.
Ladri, ma almeno i ladri vanno lontano dopo aver rubato, perché temono che
qualcuno li scopra e li uccida. Questi no.
Ci vorrebbe tuo padre. Mio padre?
Se Ulisse all'improvviso si mostrasse in mezzo a loro con l'ascia, la spada o l
'arco, che amara festa di nozze avrebbero questi pretendenti.
No, straniero.
Mai più lo vedremo qui nella sua casa.
Non lo spero più.
Il destino di Ulisse è nelle mani degli dèi.
Ma tu, tu devi essere forte. Va a cercare sue notizie. Se saprai che tuo
padre è morto, gli alzerai un grande tumulo proprio sulla riva del mare e
lascerai che tua madre si risposi. Se invece tu saprai che è vivo, Telemaco,
io non sono un indovino, ma sento nel cuore che sarà così.
Ora devo andare.
I compagni mi aspettano.
Ti prego, resta qui.
Fa come ti ho detto, Telemaco.
Dove devo andare?
Prepara una nave e vai a Pilo, da Nestore, amico di tuo padre.
Dette queste parole, Atenas parì.
Ma nel cuore di Telemaco aveva ispirato forza ed ardire e infuso il ricordo del
padre più intenso di prima.
Ed ecco, Troia è stata presa, le sue mura sono state cancellate.
I guerrieri echei lavano le loro armi nel padre oceano.
Femio, il cantore, narrava nella casa di Ulisse gli avvenimenti del passato.
Aveva imparato la sua arte da solo.
Era diventato famoso.
Ma non cantava volentieri.
Lo costringevano a farlo i pretendenti che occupavano la casa.
Perché ti sei interrotto, Femio? Perché è entrata la regina?
Canti sempre queste storie, Femio. Perché?
A noi questa piace.
Ma se tu preferisci qualche altro argomento, per esempio d'amore... Che
colpa ne ha Femio, madre mia?
Racconta il tragico ritorno degli Achei dalle rovine di Troia. Non è tutto
accaduto?
E ciò, tra l'altro, diverte molto i cari ospiti di questo palazzo.
Perché sei qui?
Dov'è lo straniero?
Che cosa vuole? Che notizie ha portato?
Che notizie ti aspetti?
Lo straniero se n'è già andato.
E allora, perché non dice a tua madre chi era?
A mia madre piace molto invitare indovini e profeti a palazzo.
E si lascia ingannare dalle loro storie.
Devo forse incoraggiarla?
Telemaco, non sei più un ragazzo. Sono già in molti a deridermi per questo.
Se anche tu ti allontani.
O vuoi... Vuoi che torni da mio padre?
È questo ciò che ti suggerisce il tuo cuore?
Le tue illusioni. E le mie?
Per quanto tempo ancora dovrò provare vergogna di fronte agli stranieri?
Torna nelle tue spante.
Che entri lontana il più possibile dai loro occhi, madre.
Hai fatto molto bene a ricordarmi la mia età.
D'ora in poi il comando della casa è mio.
Ascoltatemi, pretendenti di mia madre.
Convoco il popolo domani in assemblea.
E anche voi dovete venire.
Che cosa salta in mente a te lei? L'assemblea. Che cos'è questa storia
dell'assemblea, così all'improvviso? Chi gliela suggerite?
Di che cosa ti preoccupi?
Dovremmo temere il capriccio di un ragazzo?
Vuole giocare all'assemblea, senza nemmeno sapere cosa sia.
E noi andremo all'assemblea.
Io non so apprezzare molto le sorprese, Antino. Neanche io.
Ma non ve ne saranno da parte del popolo.
E poi comunque andremo armati. In questo modo le nostre parole avranno un peso
decisivo.
Femio! Femio!
Continua.
Oro infinito, schiave cavalli e molte capre.
È il bottino che mettono sulle forti navi, ma alcuni di loro già portano su
di sé ignari l'ira degli dèi, tremenda per il troppo sangue versato.
Salpa per primo agli ace e alle rupi di re un mare rabbioso lo
precipita nell'acqua dell'abisso.
Salpa me ne lavo e le sue navi le avvolge una tempesta.
Il palazzo lo accoglie come un eroe.
Onore e gloria, felicità, fortuna e fama, tutto per sempre gli spetta.
Ma nel bagno la spada di Egisto lo trafigge e annega nel suo sangue
Agamennone, il primo dei re.
Quando scese la sera buia, i pretendenti andarono a dormire fuori dal palazzo e
Telemaco chiuse le porte.
Ho allevato te come ho allevato tuo padre, conosco bene questa famiglia.
Benché schiava ebbe in casa gli onori di sposa, anche se come tale non mi
trattava laerte, perché la sua donna era gelosa.
Ma che cosa vuoi dirmi, nonna? Oggi in te ho visto tuo padre, figliolo.
L'assemblea del popolo di Itaca non veniva convocata da vent'anni.
L'appello di Telemaco sorprese quindi gli Itacesi. Parlò per primo Egizio, il
più autorevole dei cittadini.
Egizio aveva saputo che uno straniero si era presentato a palazzo, che aveva
parlato con Telemaco.
Era questo il motivo della convocazione?
Ha forse portato qualche notizia dell'esercito scomparso?
Comunque sia, noi siamo pronti ad ascoltare.
Telemaco vuole dirci delle cose molto gravi che non dobbiamo ignorare.
Gli si dia lo scettro, è un uomo ormai.
Mentore assisteva Telemaco, era stato compagno di Ulisse e Ulisse partendo gli
aveva affidato la casa affinché la custodisse immutata.
Io, io mi rivolgo a quelli di voi che l'hanno conosciuto, a quelli che ancora
lo ricordano.
O forse l'avete dimenticato tutti.
No, sei in errore.
Questa un tempo fu una terra felice. Poi un giorno vennero a dirci che bisognava
muovere guerra la città di Troia.
E noi tutti obbedimmo.
Allora Ulisse si portò via i nostri figli migliori sulle sue navi. No, non
abbiamo dimenticato Ulisse.
Deve renderci conto.
Fermatemi!
Fermatevi, principi!
Non potete portare le armi in assemblea. Voi violate la libertà del popolo e la
casa del re. Ma di quale re stai parlando?
Sono vent'anni ormai che quest'isola ne è prima.
Saletevi! Saletevi!
Voi sperate che mio padre sia morto per prendere il suo posto. Tutti voi che non
rispettate neppure la fedeltà di mia madre e volete forzarla a risposarsi.
Tutti i giorni vengono qui, occupano la mia casa, mangiano la mia roba e bevono
il mio vino.
Io non valgo mio padre, ma anche se lo valessi non potrei cacciarli da solo.
È per questo che vi supplico, Itacesi, aiutatemi.
Io vi supplico, aiutatemi.
Difendete l'onore della mia casa, se avete caro il vostro onore.
Oulisse ha qualche colpa verso di voi, che volete vendicarvi ora su di me.
Sarebbe meglio allora che divoraste voi stessi i miei beni, se dovete lasciarli
a questo branco di lupi. Ha ragione, Serema.
Non siamo noi colpevoli verso di lui, ma sua madre.
Da più di tre anni Penelope fa delle promesse a ciascuno di noi.
I nostri doni sono stati accettati e ricambiati e i suoi messaggi non
dicevano di no. Dicevano solo di aspettare e noi abbiamo aspettato.
Hanno cominciato a venire altri principi dalle isole intorno e dai paesi
stranieri e lei ancora non si è decisa. Ecco di chi è la colpa. E da ultimo ha
inventato l'espediente della tela.
Così disse.
Aspettate che abbia tessuto una tela.
Un lenzuolo funebre per l'erte, il padre di Ulisse, per quando morirà.
Questo è l'ultimo obbligo che mi lega a lui e a questa casa. Non voglio che le
donne Achei mi giudichino male se io torno da mio padre e mi risposo prima di
aver compiuto il mio dovere.
Così ha detto. E noi abbiamo rispettato il suo desiderio. Ma da allora più di un
anno è passato.
E questa tela deve ancora finire.
Questa gente ha l'astuzia nel sangue. Quello che noi chiediamo a Telemaco è di
rinviare la madre dai cari o suo padre.
Perché faccia le nuove lozze.
Essa dovrà sposarsi al più presto con quello di noi che lei stessa avrà
scelto.
Perché non andate voi stessi a chiederla? Noi da Icario? Non dobbiamo
andarci noi. Questo spetta a te.
Icario non esiterebbe a maritarla. E lei ma con questo lo sa bene.
Itaca ha bisogno di un re. Non posso mandar via mia madre se lei non vuole.
Noi allora resteremo in questa casa finché tua madre non avrà scelto. Ma io
non posso. Mi coprirei d'infamia se mio padre fosse... Tuo padre è morto.
Da quando lasciò coi compagni la spiaggia di Troia, di Ulisse non si è
saputo più nulla. E se anche fosse vivo, nascosto in qualche parte del mondo,
oggi, alla fine del decimo anno, lo dichiariamo morto. Morto per la regina,
morto per Itaca, morto per noi.
Uri, apri le nostre ferite, Urimaco.
Perché se è vero ciò che dici, anche i nostri figli sono morti. Erano partiti
con Ulisse e con lui sono scomparsi. Ma non voglio crederci.
Ci tolgono ogni speranza.
Ma se dite ciò senza alcun motivo invocherò gli dèi per la vendetta. Li
pregherò perché vi facciano morire.
È il segno.
Essi ti hanno sentito.
Tutto quello che io avevo previsto quando esaminai le viscere del toro si
sta avverando. Il giorno della partenza di Ulisse vidi un ritorno e una strage e
dissi che il ventesimo anno sarebbe stato di gioia e di tenebra.
Basta con queste sciocchezze! Vattene via, ciarlatano, vattene! Va a predire
il futuro ai tuoi figli! Eurimaco!
Parassita!
Eurimaco! E voi tutti i pretendenti di mia madre! Non vi pregherò più!
Ma una sola cosa vi chiedo.
Datemi una nave dei compagni.
Partirò alla ricerca di mio padre.
Se saprò che è ancora vivo, aspetterò un altro anno.
Se no, gli alzerò un tumulo qui a Itaca e rimanderò mia madre da Icario perché
si risposi.
Ascoltate anche me, i tacesi.
Io non voglio giudicare i principi.
Sono i pretendenti. Hanno i loro privilegi e li usano con arroganza.
Io me la prendo invece con voi, che ve ne state qui muti.
Loro sono pochi e voi siete molti. Siamo molti, non pochi. Abbiamo forze
sufficienti per poter scoraggiare qualsiasi attacco.
Di chiunque, anche di tuo padre, di Ulissa in persona.
E vi assicuro che Penelope non avrebbe da rallegrarsi del suo arrivo se gli
volesse mettersi contro di noi.
Perché lo ammazzeremmo come un cane.
Su, cittadini, sciogliete questa inutile assemblea.
Su, via.
Uscite.
Torni ciascuno al suo lavoro, alle sue case.
Fuori, uscite.
Atena prese allora le sembianze di mentore e tra sé diceva, ci sono molte
navi a Itaca cinta dal mare, vecchie e nuove, e tra queste per te
sceglierò la migliore.
Telemaco, il nostro oratore.
Vieni a bere con noi. Su, te la diamo noi la nave e i compagni. E così potrai
andare in cerca di tuo padre.
Quel viaggio io lo farò.
Anche senza la vostra nave.
Telemaco, ma davvero desideri la nostra morte?
Vuoi farci gettare ai cani al ritorno dal suo viaggio? No, forse andrai in
Epira a comprare veleno per metterlo nel nostro vino.
Pensa alla fatica di dividerci le tue ricchezze se non dovessi tornare dal tuo
viaggio.
Ma questa casa no, questa la lasceremo a quello di noi che sceglierà tua madre.
Tu che
sei venuto nella mia casa ieri, tu che mi hai ordinato di andare sulle tracce
di mio padre al di là del mare, fa che io possa tornare a Itaca, ti prego.
Aiutami. Fa che possa tornare vivo.
Che cosa fai lì?
Aspetto una nave.
Una nave?
Perché?
Anche tu credi che sia ancora un bambino?
Sto per fare un viaggio.
Vado a Pilo, da Nestor.
È stato a Troia anche lui.
Se qualcuno può avere notizie di Ulisse, è certamente lui.
Ulisse è morto, figliolo. Cosa vai a cercare? Se ti allontani, questi uomini
ti trameranno la morte alle spalle.
Resta qui, invece, a curare la tua casa, a difenderla.
Guai se ti perdessi anche tu, se non tornassi. Tu non devi dire niente a
nessuno. Giuralo. Neanche a tua madre?
Neanche a lei, nonna.
Finché lei stessa non mi cercherà.
Non voglio che sciupi la sua bellezza col piatto.
Aveva pensato la dea Occhio Azzurro a procurare la nave per Telemaco.
Il sole era sceso sotto il mare e si erano oscurate le vie del paese quando
Atena, sembrando mentore, condusse a Telemaco l'agile nave, gli
attrezzi. e robusti marinai.
Il vento riempì la vela e l'onda schiumosa bruciava sotto la chiglia.
I marinai, legate le funi, si misero in mezzo un otre di vino per berlo in onore
degli immortali.
Correva sull'onda la nave.
A Itaca, intanto, Penelope, come ogni notte, disfaceva la tela che tesseva di
giorno.
Su, aiutatemi.
Telemco non c'è, non è rientrato.
Melantò dalla bella guancia.
Penelope l'aveva allevata come figlia, eppure non aveva riguardi per Penelope,
anzi, era amica di Antinoo.
Ecco svelato il mistero.
Questa tela cresce di giorno e si accorcia di notte.
E' così che tenevi fede ai patti, dunque.
Hai fatto una tela già più che sufficiente per il vecchio Laerte.
Così ora dovrò finirla, questa tela. Per forza.
E non so più come sfuggire alle nozze.
Non so come trovare un altro inganno.
Dunque sei tu che hai ceduto la nave a Telemaco.
Di tua volontà.
O no, non avevo alcun motivo per rifiutarla.
Chi te la chiede? Non ricordo. Fa un piccolo sforzo.
Non sarò più libero di dare una nave a chi voglia. Mentre Noemone parlava,
dicendo che aveva visto anche un dio sulla nave, essi ridevano.
Ma una rabbia tremenda aveva sconvolto il loro animo.
Soprattutto quello di Antunio.
Vi ha lodata volentieri la mia nave e molti altri giovani avrebbero voluto
andare con lui. E se troverà Ulisse, la finirete di fare i padroni.
Se aversa, meglio bere il vino di Telemaco che preoccuparsi della sua
partenza. Su, bevete!
Per me è un vero insolente. E se dipendesse da me, io l'avrei già
sistemato. Non doveva farlo. E quanti giovani sono andati con lui?
E la nave?
Qualcuno deve averlo aiutato.
Ammazzarlo dovevamo, prima dell'assemblea. Non dobbiamo lasciarlo
tornare. E tu che l'hai deriso in assemblea. Ma come pensate che Telemaco
possa essere pericoloso?
Non stimarlo così poco.
È andato sul continente, ma sappiamo tutti benissimo che nessuno vorrà venire
a misurarsi con noi.
Una nave.
Noi aspetteremo il suo ritorno fra Itaca e Samo.
E non credo che rivedrà la sua casa.
Medonte il messaggero.
Che cosa sei venuto a dirmi?
Qualche nuova pretesa?
I tuoi padroni si lamentano di come sono ospitati?
No, regina.
Sono qui di nascosto per dimostrarti la mia fedeltà.
Fedeltà? Quale fedeltà?
Tu non la conosci.
Sei come gli altri.
Come tutti gli altri hai dimenticato la generosità di Ulisse.
Sono venuto a dirti che tuo figlio è partito.
Te lemma che è partito ieri sera su una nave, non so per dove.
Maledetta ! Perché non m'avete avvertita ? Maledette cagna ! Venisci me ! Perché
io sola sapevo. Mi ha fatto promettere di non dirti niente, perché non voleva
che tu piangessi.
Se n'è andato.
Perché ? Perché cosa ? Su una nave.
È così giovane, troppo giovane per guidare una nave. Regina ! Regina, c'è
un pericolo grave.
I principi l'hanno saputo e preparano un agguato per ucciderlo.
Sulla via del ritorno, nello stretto fra Samo e Itaca.
Se n'è andato anche lui.
Prima suo padre, poi lui.
Perché senza dirmi niente?
Perché sei andato via? Perché?
Non devi disperarti, regina.
Ha fatto quello che qualsiasi altro figlio avrebbe fatto, è andato in cerca
di suo padre.
Vedrai che tornerà, tornerà presto.
Ma se ne è andato via, senza dirmi niente.
Non doveva lasciarmi sola.
Meglio che non fossi mai nata.
Adesso lo uccideranno.
Figlia di Zeus.
Figlia di Zeus.
Athena. Athena.
Athena.
Ascoltami. Ascoltami.
Salva mio figlio.
Salva il figlio.
Salva il figlio.
Salva il figlio.
Salva il figlio.
Salva mio figlio.
Salva il figlio.
Salva mio figlio.
Salva il figlio.
Salva il figlio.
Il sole salì, lasciando il mare bellissimo, verso il cielo di fulgido
rame, per splendere agli dèi immortali e dagli uomini sulla terra.
Ed essi giunsero a Pilo, la patria di Nestore, che era stato il più vecchio
dei sovrani echei distruttori di Troia.
Lì, sulla riva del mare, Nestore ed i suoi figli facevano sacrificio al Dio
che spuote la terra e dà la chioma a Turquino.
Nestore cominciò col lavagro.
e pregava offrendo primizie.
I figli di Nestore trascinarono la giovenca.
Trasimede portò l'oscura e affilata
Tu hai risvegliato il ricordo delle miserie che soffrimmo sotto le mura di
Troie. Laggiù abbiamo lasciato i migliori di noi.
Achille, Aiate, Patroco e anche mio figlio Antiloco che combatté con valore.
Fu una lunga guerra.
Per nove anni lottammo contro i troiani e i loro numerosi alleati.
Dovemmo usare tutta la nostra esperienza e la nostra abilità.
Infine, l'Alto Zeus...
ci consentì di compiere la difficile impresa.
Nessuno in tutti quegli anni riuscì ad eguagliare tuo padre Ulisse per ingegno,
forza d'animo e astuzia.
Tu non l'hai mai conosciuto, lo so.
Le risorse della sua mente erano inesauribili.
Ma ciò che io ammiravo di più in lui era la prudenza del suo cuore. Mai, sappilo,
mai ci fu discordia tra noi due.
e insieme noi due lavorammo a tenere uniti il più possibile gli Achei e
questo ci riuscì fin quasi all'ultimo.
Poi però quando la città fu distrutta e le ricchezze e le donne furono divise e
un dio ci disunì Zeus preparò un triste ritorno perché nella vittoria non
eravamo stati né saggi né giusti e così venne la sventura.
Alcuni come Nelao volevano un ritorno immediato.
Altri, seguendo Agamennone, volevano compiere sacrifici ad Atena per
ringraziarsi la dea ostile, come se la mente degli dei potesse mutare di colpo
per un ariete o per un tore.
E così la flotta di Agamennone restò ferma sulla spiaggia, in secca.
Metà dei principi, invece, seguì le navi del fratello Menelao.
Ulissidi eravamo con loro.
A Lesbo, più tardi, dove eravamo prodati senza gravi danni.
Scoppiò una rissa tremenda, non so tra chi.
Non me lo ricordo.
Questo perché frattanto la paura forse si era impadronita di noi.
E per fuggire la cattiva sorte non sapevamo più cosa fosse il meglio.
Eravamo smarriti.
Diomede e io, cogliendo intorno a noi segni funesti, fuggimmo verso casa.
Tuo padre invece...
Invertì la sua rotta e con alcuni compagni cercò di raggiungere le navi
della Mennone.
Da allora più niente ho saputo di lui.
Ecco mio figlio, che tu non hai ancora conosciuto.
Questo è il figlio di Ulisse, Telemaco.
Ora ascolta.
Questo tuo viaggio e ciò che ti ha spinto a farlo è giusto.
Ma io purtroppo non ti so dire altro.
C'è un uomo però che potrà darti notizie di tuo padre.
Menelao, re di Sparta. È tornato per ultimo dalla guerra.
E ha viaggiato molto tra popoli stranieri e lontani.
Lui ed Elena ti diranno certamente qualcosa di Ulisse.
E mio figlio ti accompagnerà. Potrete partire domani all'alba.
Nella stanza di sopra, intanto, giaceva digiuna Penelope, pensando se il figlio
suo, incolpevole, fosse sfuggito alla morte o sotto le mani dei pretendenti
protervi fosse caduto.
Quante cose un leone atterrito agita nella sua mente in mezzo a una folla d
'uomini quando gli stringono intorno un cerchio di morte tante cose lei
meditava.
E sopra le venne il sonno suave.
Dormiva distesa supina e si rilassarono a lei tutte le membra.
Allora altre cose pensò Athena, la dea dagli occhi lucenti.
Fece un'immagine d'aria che somigliava a Iftime, sorella di Penelope, come lei
figlia del magnanimo Icario.
Penelope, non piangere più, gli dei non lo vogliono.
Eftime, sei tu?
Sono io, tua sorella.
Da quanto tempo non ti vedo.
Vivi così lontano.
Perché sei venuta a Itaca?
Perché?
Sono qui per aiutarti.
Allora tu certo sai che ho perso il merito e che il figlio mi ha
abbandonato. Sì, so tutto.
Ma non affliggerti, Penelope, e abbi fiducia.
Ho paura.
Vogliono uccidere Telemaco e lo aspettano sul mare prima che abbia
potuto ritornare qui a Itaca.
Come potrei non piangere?
E poi mio figlio è così inesperto.
Chissà che pericoli sta correndo.
Non si era mai allontanato da me.
Non aver paura, Penelope.
Atena ha compassione di te e ti riporterà Telemaco sano e salvo.
Puoi sentire la voce di Atena?
Allora dimmi, Ulisse dov'è?
La grande onda portava Ulisse qua e là per i flutti.
E come quando in autunno Borea disperde le spine del cardo per la pianura e
fitte si attaccano le una alle altre, così per il mare i venti portavano la
zattera.
A volte innanzi a sé la stagliava Borea, a volte noto la cedeva a Zefiro.
Così l'acqua infaticabile sempre tornava a insinuarsi nelle connessure dei
tronchi, a tentare di toglierne i lacchi.
E Ulisse sempre tornava a commetterli, pensando alla cara sposa lontana per
farsi coraggio e al figlio mai conosciuto.
Ma notte e giorno doveva lottare con l'acqua e col vento. A volte la vela
sembrava inerte, come inutile straccio dimenticato al chiodo. A volte il vento
la tendeva fino all'ottasimo.
E l'albero cibolava paurosamente e gemeva annunciando di spezzarsi.
Allora Ulisse doveva ammainarla e tentare di riporla alla sciupa.
Ma il vento lanciava la vela nell'acqua, come quando due ragazzi si buttano la
palla senza lasciare che altri in mezzo l'agguanti.
Così Ulisse doveva ogni volta disputare la vela ai flutti e lottare lungamente
con essi prima di strapparla alle onde.
Ogni volta chiedendosi quanto ancora avrebbe potuto resistere e fino a quando
sarebbe durata quell'oscura agonia.
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