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Original subtitles

La mia vita è in una nuvola. Be'... non tutta.

Il mio corpo non lo è, ma tutto il resto sì.

Tutto quello che vedo, i pensieri, i sentimenti...

Ed è così strano... che corpo e anima siano separati,

mi fa sentire fragile,

come se la mia vita stesse andando alla deriva.

Tu pensi che sia strano?

È che io prendo tutto alla lettera e me la immagino una vera nuvola.

Una nuvola cumuliforme piuttosto definita,

il che rende facile pensare che contenga qualcosa.

Ma a volte immagino anche dei cirri,

o peggio, solo un velo traslucido di nuvole.

E mi preoccupo che non riesca a sorreggere il peso delle cose.

E che tutto quello che sono cadrà in strada e sarà lavato via dalla pioggia.

SESSO - SOGNI - AMORE

SOGNI - AMORE

SOGNI

- Stai facendo domanda per l'Accademia, giusto? - Per la danza? - Sì. - No.

Perché no? Hai del talento. Hai studiato balletto classico o sbaglio?

Sì, ma l'ho trovato umiliante...

Ho letto da qualche parte che si basa su stereotipi di genere antiquati

e che dovrebbe essere abolito.

- Non tutta la danza è balletto classico. - Sì, questo è vero.

Io voglio studiare sociologia.

- Tu leggi molto, eh? - Molto.

- Tu non leggi? - Mm...

Poco, solamente quando qualcuno mi regala dei libri.

Mi piace, direi che mi lusinga,

che la gente pensi di me che sono un gran lettore.

Ma non tutto nei libri è vero.

Certo, ma non è per questo che leggo, non per scoprire ciò che è vero.

Leggo per avere un posto dove andare e per trovare me stessa.

Tutto è iniziato con un libro che mi ha portato a scriverne uno mio.

Non era neanche un libro famoso, solo uno che ho trovato nella baita di mia nonna

e che ho letto quando siamo stati lì la scorsa Pasqua.

- Ci sono andata con Jenny, un'amica. - Hai preso tu il mio reggiseno?

La sua famiglia non ha una baita e lei continuava a dire quanto eravamo fortunati ad averne una.

Sarebbe bellissimo avere una baita dove giocare a carte e...

E mia madre, che si rifiuta di riconoscere i nostri privilegi,

ha peggiorato le cose dicendo che non serve essere ricchi per avere una baita.

Sta' tranquilla, lei voleva solo dire che se la tua famiglia è ricca, non hai bisogno di soldi.

- Mamma! Smettila. - Tu puoi vivere dell'eredità, di che ti preoccupi?

- Hai trovato il reggiseno? - Sì.

Mi ero slogata la caviglia e dovevo riposare.

E quando la mamma, la nonna e Jenny sono uscite ho preso un libro dallo scaffale.

È stato un caso, in realtà.

Si intitola "Spirito di famiglia" ed è simile a "Piccole Donne", che forse conoscete.

Anche qui ci sono quattro sorelle. Sono figlie del medico e vivono nella periferia di Parigi.

La protagonista, Pauline, ha 16 anni.

Il libro inizia con lei che parte per frequentare una nuova scuola a Parigi.

Là incontra una ragazza di nome Bea, il cui zio è un artista.

Un giorno visitano il suo studio.

Lui è diverso da tutti quelli che ha conosciuto,

la guarda negli occhi e le parla come se fosse un'adulta.

Anche se è molto più grande e ha una figlia di dieci anni,

Pauline si innamora di lui.

Non lo dice a nessuno, ma continua ad andarlo a trovare con Bea.

Finché un giorno Bea si ammala.

Lei si fa coraggio e va da lui da sola.

Quando apre la porta e vede che è sola,

lei capisce che prova gli stessi suoi sentimenti e che la stava aspettando.

E poi fanno sesso.

Ecco... come dire?

Quando l'ho letto ho riconosciuto qualcosa dentro di me una specie di desiderio.

Qualcosa che avevo provato prima, nell'infanzia,

ma che non avevo capito e cercavo di tenere a distanza.

Ma ora lo sentivo nel mio corpo, sulla pelle.

Una specie di formicolio che nasceva dalla voglia di essere nuda accanto a qualcuno.

Ma c'è un'altra cosa nel libro che ho amato molto.

Pauline aveva una lunga sciarpa fatta a maglia

e ogni volta che usciva da casa sua lui gliela avvolgeva attorno al collo tre volte.

Sempre tre volte e lo faceva con una tale tenerezza...

che mi sono commossa leggendolo.

Soprattutto perché lo trovavo un gesto così bello,

ma anche perché speravo che un giorno potesse capitare anche a me.

Sono passati mesi, ma anche se ci avevo pensato tutta la primavera e l'estate,

non era più così intenso.

Quando ho sentito il ritorno di quel desiderio era metà autunno

era così forte che mi ha colto di sorpresa.

Forse è così che funziona, le cose accadono quando meno te l'aspetti.

Salve, mi chiamo Johanna e quest'anno sarò la vostra insegnante di francese e norvegese.

Vi parlo un po' di me.

Allora, mi chiamo Johanna come ho già detto.

Ehm... ho studiato Arte tessile all'Accademia

e ho lavorato anche come insegnante.

Ho trascorso un anno negli Stati Uniti, nel Midwest,

dove ho lavorato in una fattoria di arachidi biologiche per sei mesi.

Era abbastanza noioso, così mi sono trasferita a New York e ho trovato lavoro in un caffè.

Ho anche studiato moda a Parigi per un anno. Tutto qui.

Se avete delle domande chiedete pure.

Per favore, ora dite il vostro nome e una curiosità divertente su di voi.

- Come ti chiami? - Mi chiamo Anine e mi pace tingermi i capelli.

- Bellissimo colore. - Grazie.

- E tu? - Mi chiamo Josef, e mi piace allenarmi.

Mi chiamo Helene e non mi piace il cioccolato.

- E tu? Il tuo nome? - Mi chiamo Johanne e mi piace... il salmone.

Me Io ricorderò, è come il mio cambia solo la vocale finale.

E tu come ti chiami?

- Mi chiamo Johannes e sono fuorilegge in 69 Paesi. - Oh!

All'inizio non capivo, era così travolgente, una sensazione stranissima.

Era come se potessi sentire la sua presenza in tutto il mio corpo.

Ho cominciato a cercarla.

La giornata sembrava sprecata se non l'avessi vista.

E non ci voleva molto, uno sguardo era sufficiente a mettermi di buon umore.

- Devo studiare di più, sono indietro con alcune materie. - Anch'io.

- Ciao! - Ciao!

Era gentile e carina con tutti,

ma sembrava che a me dedicasse un'attenzione particolare.

E visto che il francese è una delle mie materie preferite,

eravamo sulla stessa lunghezza d'onda.

E anche se le sue lezioni erano incomprensibili a molti,

quando parlava dei presidenti francesi, per esempio,

io riuscivo a seguirla e questo a lei piaceva.

- Mi chiamava "Jeanne". - Sì, Jeanne?

Il nome francese di Johanne.

Ridurre le grandi diseguaglianze di reddito

e sviluppare l'istruzione e la cultura?

Non parlava così a nessun altro.

Forse per questo ho iniziato a fantasticare sul fatto che le piacessi più degli altri

e che avessimo un legame speciale.

Mi sembrava davvero così.

Pensavo a lei sempre più spesso.

La pensavo non soltanto a scuola, ma anche quando ero a casa.

Era come se si fosse infilata nella mia testa.

Lei mi appariva, qualsiasi fosse il contesto.

Era la prima immagine nella mia mente, quando mi svegliavo.

Mentre facevo colazione non facevo che pensare a cosa lei stava mangiando,

probabilmente dei croissant, chissà.

La pensavo mentre mi vestivo, mi domandavo cosa avrebbe indossato.

Cercavo di scegliere abiti che immaginavo le sarebbero piaciuti o che almeno notasse.

Io i suoi li avevo osservati bene,

aveva uno stile bello e unico.

Indossava soprattutto maglie di lana.

Mi affascinava il fatto che le portasse a contatto con la pelle.

Per me era così fastidioso,

ma vederle su di lei era un'altra cosa.

E quando si rimboccava le maniche,

il punto in cui la manica incontrava la sua pelle...

quella vista mi aveva fatto venire i brividi dappertutto.

Morivo dalla voglia di toccarlo e vedere cosa si provava.

Ma anche se sentivo l'effetto che lei aveva su di me, non riuscivo a definirlo.

Non è strano?

Credo di non essermene accorta fino a quando non l'ho sognata.

Eravamo in una baita.

C'erano altre persone, ma erano fuori, solo io e lei eravamo all'interno.

Stavo facendo un pisolino sul divano, ma non dormivo perché riuscivo a sentire la sua presenza.

Si è sdraiata vicino a me, sentivo le sue ginocchia tra le mie.

Mi ha messo un braccio attorno alle spalle.

Poi ho aperto gli occhi e mi sono girata verso di lei.

E all'improvviso è stato come se fossimo nude...

e mi sono svegliata.

Il mio corpo era caldo e strano, mi sentivo la febbre.

Stavo malissimo, come se avessi fatto qualcosa di terribile,

qualcosa di proibito quasi.

Il giorno dopo avevo la stessa sensazione,

ero preoccupata che gli altri se ne accorgessero,

che potessero vedere quello che avevo sognato.

Sei, sette e otto.

Per fortuna la prima lezione non era la sua, c'era coreografia.

Facevamo i nostri esercizi ogni giorno e in diversi luoghi della nostra scuola.

Nonostante mi sentissi fuori posto, è stato divertente e me ne sono dimenticata per un po'.

Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette e otto.

Ma più tardi, nella sua ora di lezione, la vergogna è ricomparsa.

Quando è arrivata sembrava che mi stesse guardando come se sapesse tutto.

Io ho distolto subito lo sguardo.

Cercavo di capire come fare per evitarla,

anche se non era quello che volevo in realtà, volevo l'esatto contrario.

Mi sembrava che tutto mi crollasse addosso.

In qualunque modo la vedessi mi sembrava impossibile

e non ero nemmeno in grado di nasconderlo.

Scusa se te Io chiedo. Io e Anine ne abbiamo parlato, sembri un po' assente negli ultimi giorni.

- Sì. - E perché dovremmo parlarne?

Be', perché eravamo preoccupate che avessi litigato con qualcuno.

- No, non è successo niente. - No?

- Guarda, ho trovato questo sito sul web. - No. Anine, smettila.

Ascolta, in Norvegia ci sono un sacco di linee anonime per giovani dove puoi parlare con qualcuno,

se vuoi puoi anche provare le app di auto-aiuto,

che magari possono aiutarti a uscire da situazioni difficili.

- Non ne ho bisogno. - Maia le ha provate.

- Veramente? - Sì. - Perché?

Sua madre era in uno show in TV per ristrutturare casa e lei non riusciva a gestirlo.

- Potresti provarci. - Con lei ha funzionato.

Non ne ho bisogno e non voglio provarlo. Vi ho detto che sto bene.

- Avresti preferito che non te I'avessimo chiesto? - No, è che ho dei problemi a dormire, tutto qui.

Ti possono aiutare a risolverli. Ci sono app per dormire.

Non potevo parlarne. Che cosa avrei detto, che ero innamorata?

E in quel momento, quando quella parola mi è passata per la mente,

ho capito che era davvero così.

Ero perdutamente innamorata di Johanna.

Era terribile e meraviglioso nello stesso tempo.

Mi sembrava inconcepibile, perché lei era un'adulta.

Come l'artista del libro.

Non mi aveva dato fastidio quando l'avevo letto.

Più ci pensavo e più permettevo a me stessa di fantasticare.

Capite cosa voglio dire?

Quando si pensa continuamente a qualcosa alla fine sembra meno irrealistico.

I pensieri mi giravano in testa e avevo voglia di dirlo a qualcuno.

È così essere innamorati.

Vuoi che tutti lo sappiano, perché è meraviglioso.

Ma soprattutto volevo dirlo a Johanna.

Sono rimasta sveglia pensando a come avrebbe reagito se glielo avessi detto.

La cosa peggiore sarebbe stata che non capisse quello che le volevo dire,

o, peggio ancora, che si mettesse a ridere, condiscendente,

come ridono gli adulti quando un bambino dice qualcosa di adorabile.

Abbiamo saputo che oggi era il tuo compleanno, così abbiamo pensato di farti un regalo.

- Per me? - Sì.

- Posso aprirlo subito? - Sì, certo! L'abbiamo fatto insieme, è stato divertente.

Ma che carini!

Non avevo realizzato che era il suo compleanno.

E del lavoro a maglia sapevo che ne aveva parlato con alcuni studenti,

visto che è un'artista tessile e la maglieria era diventata una moda.

Ma non mi era mai venuto in mente, perché non mi interessava lavorare a maglia.

Avrei dovuto capire che era un modo per entrare in confidenza.

All'improvviso mi sembrava che gli altri fossero più in sintonia con lei di quanto lo fossi io.

Mi sentivo persa, ero stata una stupida a non averci pensato.

Non avevo idea di come si lavorasse a maglia, ma dovevo imparare. Quanto tempo ci sarebbe voluto?

- Mamma? - Sì, sì, bla-bla-bla. Ho capito dove vogliono arrivare, ma io non voglio.

- Mamma? - Eh? Sono su Zoom, non è un buon momento, aspetta.

- Volevo chiederti se puoi insegnarmi a lavorare a maglia. - C'è questa azienda che si occupa...

Ehm, un attimo, scusami.

- Chiedi alla nonna, non so nemmeno se abbiamo i ferri. - Ma dobbiamo averli per forza!

E poi non abbiamo neanche la lana, magari la compriamo la prossima settimana.

La prossima settimana? Io devo imparare adesso!

Non lavoro a maglia da anni. Non sono la persona gusta a cui chiedere

- Non sai mai niente! - Ora non posso, ne parliamo dopo.

Quel weekend è stato un incubo.

Ho immaginato una serie di scenari orribili,

tipo gli studenti che andavano da lei e lavoravano a maglia tutti insieme.

Ero l'unica a non essere stata invitata.

Pensieri decisamente malati.

Come sapete, la pandemia ha colpito molte persone l'anno scorso.

Il lunedì seguente ero esausta.

Mia madre voleva che restassi a casa, ma non potevo, dovevo vederla.

Non potevo sopportare il pensiero che gli altri la vedessero e io no.

Non avevo le sue lezioni, il che era ancora più terribile, non sapevo nemmeno se fosse a scuola.

Johanne? Hai fatto qualche riflessione sull'impatto della pandemia su di noi?

No.

Poi l'ho vista entrare, in tarda mattinata.

È stato quasi deludente e anche doloroso vederla arrivare felice e contenta.

- Cosa stai guardando? - Ero senza parole.

Stavo perdendo la testa.

Nell'ultimo intervallo non ce l'ho più fatta, sono andata in sala insegnanti, dovevo parlarle,

dovevo dirle tutto quello che avevo programmato di dirle.

- Hai visto Johanna oggi? - Sì, ma è in riunione adesso.

- Grazie. - Di niente. - Ok.

- D'accordo, allora tu potresti essere la sostituta. - Ok.

Ma mentre ero lì, io...

Ehm, Johanna...

Quando sei sdraiato nel letto a fantasticare, dimentichi che la realtà è un po' diversa...

- Posso aiutarti? Stai cercando qualcuno? - ..che le luci sono diverse.

Che sono presenti altre persone, che le parole che volevi dire sono impossibili da esprimere

in una normale scuola di Oslo, in un pomeriggio qualsiasi.

La realtà non ha spazio per questo.

Non sono andata a scuola quella settimana.

Mia madre pensava che fossi malata e in un certo senso lo ero,

non riuscivo a mangiare e nemmeno a dormire, me ne stavo a letto pensando a lei.

Fissavo una foto che avevo scattato di nascosto in classe.

Immaginavo che venisse a trovarmi in lacrime, dicendomi che le ero mancata.

Io la stringevo a me e la consolavo.

Pensavo a noi due come a una coppia che faceva shopping in Spagna tenendosi per mano.

Ma subito dopo piombavo nella disperazione. Restavo lì a piangere.

A quel punto ho deciso di andare a parlarle.

Ho trovato il suo indirizzo online, ma non ero mai stata in quella parte della città.

Ho vagato a lungo prima di trovare la sua casa.

Era come gettarsi da una scogliera:

o mi sarei salvata e tutto sarebbe andato bene o la mia vita sarebbe finita.

È passato un anno da allora... e in un certo senso è un bene che sia finita.

In questi giorni penso di rado a lei,

e quando mi capita sono pensieri felici,

perché è stato bellissimo, molto doloroso certo, ma bellissimo.

Ecco perché l'ho scritto, per tenerlo con me.

So che non lo dimenticherò mai, ma i ricordi cambiano.

Se avessi trovato le parole giuste per descriverlo esattamente com'è stato,

avrei potuto catturarlo, renderlo più concreto,

qualcosa che potevo tenere per sempre nel palmo della mano.

Ecco perché non volevo conservarlo nel cloud, volevo tenerlo con me, vicino al mio corpo.

All'inizio l'ho tenuto sul Mac,

poi mi venuta l'idea di memorizzarlo su una chiavetta USB che Jenny mi ha regalato per Natale.

È il bene più prezioso che ho al mondo.

Tuttora, perché è ancora così.

Sarebbe stato diverso se l'avessi fatto leggere ad altri.

Non l'avevo detto ad anima viva e ne ero felice,

ma quando mi sentivo sola, mi faceva soffrire tenerlo solo per me.

Così ho deciso di fare vedere alla nonna quello che avevo scritto.

È più aperta di mamma, eppure me ne sono pentita non appena gliel'ho chiesto.

E quando sono andata a parlarle ero arrabbiata con me stessa, convinta di avere rovinato tutto.

Adoro quei colori, sono belli. L'hai fatta tu quella sciarpa, da sola?

- No, non l'ho fatta io. - Ah. - Ho solo quella che mi hai comprato tu.

Non ci trovo niente di male ad averne due.

Io non la indosso mai, è troppo calda per me, mi sento quasi soffocare.

- Già. - Sì. - Ma non sono i miei colori preferiti.

- Capisco. - Ma è bellissima. Davvero.

- Hai letto il mio manoscritto? - Sì. - E l'hai stampato? - Sì.

- Ok. Potrei vedere la stampa, magari più tardi? - Sì, certo, tesoro.

- Hai stampato altre copie? - No.

- Non voglio che nessun altro Io legga, a parte te. - No, sta' tranquilla.

- E la chiavetta USB, ce l'hai? - Sì.

Eccola, tieni.

- Non mi dici niente? L'hai letto? - Sì.

L'ho letto e mi chiedo come stai adesso. Tutto quello che hai scritto era così triste.

Adesso sto bene.

Hai chiuso la storia? Non sei più innamorata? Sei ancora in contatto con lei?

Non la vedo da un bel po'.

- Non insegna più nella mia scuola. - Ah, non Io sapevo, ho solo chiesto.

- Cosa ne pensi? - Di quello che hai scritto?

Sì, insomma... di tutto quanto. Non mi dici niente.

Be', non so che cosa dire.

L'hai scritto per te stessa, giusto? È un modo per elaborare quello che è successo?

Sì... l'ho scritto perché non volevo che tutto sparisse.

Volevo conservarlo.

È un modo per tenerlo con me per sempre.

È stata... la cosa più bella che abbia mai provato.

- Ma una parte di me voleva che qualcun altro Io sapesse. - Ah, sì?

Perché alla fine non c'è stato nessuno con cui condividere.

Ehm... È stata un'esperienza solitaria.

Quando succede qualcosa di meraviglioso o di orribile,

vorresti tanto condividerlo con qualcuno.

Ti capisco benissimo, e sono felice che tu me l'abbia affidato.

E poi ricordati che, insomma mi conosci, io sono una poetessa.

Hai considerato la possibilità di farlo diventare un vero libro?

- È per quello che me l'hai fatto leggere? Per darti una mano, magari? - No.

No, l'ho chiesto a te perché non c'era nessun altro a cui chiedere,

ma ho anche pensato che tu saresti stata I'unica che non avrebbe reagito in modo negativo,

che non saresti rimasta scioccata o arrabbiata.

Proprio per niente. Affatto, tesoro.

- Quindi non ti ho scioccata? - No. Scioccata?

Be', forse un po'. In effetti è abbastanza sconcertante.

- Ma non sei rimasta delusa? - No.

Neanche per un secondo.

Ma... Johanne, devi farlo vedere a tua madre.

No, non voglio. Perché mi dici questo?

Devi farlo. Se non Io fai, lo farò io.

No, invece, perché dovrei?

- La prenderà malissimo! - Ascolta, tesoro...

Io parlo con Kristin forse una, due cinque, dieci volte a settimana.

Tenerla all'oscuro sarebbe imbarazzante per me, mi sentirei a disagio.

Lei è tua madre, dopotutto. Mi sentirei come se agissi alle sue spalle.

- Non è così che ci comportiamo in famiglia. - No. - No.

Vuoi che parli io con lei? Posso chiederle di leggerlo.

- Ma promettimi che non le darai una copia. - Può leggerlo qui.

- E poi me Io ridai subito. - Ma certo.

- E promettimi che cancellerai tutte le copie dal computer, ok? - Promesso.

Avevo sbagliato tutto. Be', non proprio tutto.

In realtà mi ero tolta un grosso peso.

E così ho lasciato che mamma lo leggesse,

ma penso ancora che sia stato l'inizio della fine.

Se così si può dire.

Ma la fine di cosa esattamente?

Pensieri e sogni possono essere meravigliosi.

Possono contenere, sembrare o essere ciò che tu desideri.

Finché li tieni per te.

Quando lasci entrare gli altri, tutto si sgretola e cambia.

Ed è quello che è successo dopo che la mamma lo ha letto, tutto ha preso una piega diversa.

- Che ne pensi? - Mi sento triste.

Non mi ha detto niente. Non so... se essere arrabbiata o cosa.

- Ho bisogno di acqua. - Vuoi dello yogurt? - No, grazie. Prendo del caffè.

L'hai letto tutto?

È che...

non posso credere di...

di non avere capito o notato qualcosa.

- Tu non ne avevi idea? - Non prima di averlo letto.

- Qualcosa non mi convinceva, ma non... - Non ti aspettavi questo.

Veramente no.

- Puoi spegnere la musica? - Fallo da sola.

Di solito quando...

Quando penso a Johanne, penso a lei...

quando era piccola, ma...

Adesso non è più una bambina, questo mi sembra chiaro.

E quando mi sono ritrovata a leggere quelle descrizioni intime,

mentre nel frattempo pensavo a lei da bambina...

- Insomma, mi ha confuso. - È piuttosto spinto.

- Puoi dirlo. - A cosa pensi?

Non saprei, forse... dovrei chiamare la scuola, no?

O denunciarla alla polizia o denunciare I'insegnante.

Tu che cosa ne pensi?

Prima devo parlare con Johanne e capire cosa è successo veramente.

- Be', è tutto lì dentro. - Ne sei sicura?

Tu sai che cosa è vero e che cosa è inventato?

Si potrebbe anche interpretare come un racconto di fantasia.

Anche se è difficile da credere quando la scrittura è così...

Come puoi scrivere qualcosa del genere se non l'hai sperimentato?

È pieno di dettagli.

- La sua descrizione del corpo dell'insegnante... - Già.

Sicuramente deve... deve averla vista nuda.

Lo penso anch'io. Ma potrebbe anche essere, che so, un espediente letterario.

Sai, per creare dell'ambiguità.

Lasci al lettore la libertà di chiedersi se è successo davvero

o se è solamente nella testa della protagonista.

È questo che Io rende così intrigante per me.

Come lettrice, voglio dire. È molto avvincente.

Alcuni dei passaggi appartengono a un altro mondo, non trovi?

È davvero ben scritto. Mentre lo leggevo, quasi dimenticavo che chi l'ha scritto è Johanne.

- Davvero? - Sì.

Io non la penso così. Se è vero, se quello che c'è scritto è veramente accaduto, allora...

Allora... è illegale e Johanne è vittima di un abuso.

Abuso? No, assolutamente, mi rifiuto di crederlo.

- Be', non c'è modo di saperlo. - No, ma io penso...

Se sei in grado di scrivere in quel modo, con una grande maturità e usando quei trucchi letterari,

ecco, vuol dire che sei sano di mente,

e soprattutto che sei consapevole di una determinata situazione.

Non c'è alcun segnale che dimostri che ha vissuto qualcosa di doloroso,

a parte il cuore spezzato che, certo, può fare molto male.

Tua figlia ha scritto una bellissima storia d'amore.

E... non è stato scritta da una vittima di molestie.

Ha 17 anni, non è in grado di valutare...

Insomma... potrebbe essere stata manipolata.

Possono volerci anni per realizzare, ci vuole tempo. Sono cose che devono essere elaborate.

Ha scritto una storia di 95 pagine, un'analisi dettagliata della sua vita emotiva.

Se questo non significa elaborare, essere consapevole,

io proprio non saprei come altro definirlo.

- Tu hai detto che è ambiguo... - Sì. - Sì?

Be', io sono d'accordo, ma questa ambiguità potrebbe essere interpretata

come un tentativo di proteggere le persone coinvolte, proteggere chi l'ha molestata.

Adesso basta, per me sei completamente fuori strada, Kristin.

Forse negli ultimi tempi hai ascoltato un po' troppi podcast.

Ha scritto quelle cose per se stessa, perché proteggere qualcuno?

- Ci ha chiesto di leggerlo. Potrebbe essere un grido di aiuto. - No.

Lei avrebbe voluto che Io leggessimo sì, ma più avanti.

Mi ha detto di averlo scritto per... per conservarlo così com'era.

Come la Vergine Maria, mi ha detto, che conservava il suo segreto nel cuore,

ma a differenza della Vergine Maria, lei invece voleva scriverlo,

per avere un resoconto materiale come... come una cosa, tutto qui.

- Come una cosa? - Sì.

Voglio leggerlo di nuovo.

Sta' attenta, mi ha detto che è stata I'esperienza più bella che abbia mai vissuto.

Ricordi quel proverbio?

"Gli sciocchi si precipitano dove gli angeli hanno paura di camminare".

- Lo vuoi il caffè o no? - È troppo tardi, vado a casa e Io leggo di nuovo.

- Ho promesso che non te l'avrei dato. - Farò in modo che non Io scopra.

Avrei dovuto immaginarlo. Pensarci mi fa infuriare.

Tuttavia, se fossi al posto di mia madre,

avrei insistito per portarlo con me.

Per lei non è la vita di qualcuno, è solo una pila di carta con informazioni su sua figlia.

Forse non avrei dovuto scriverlo.

Perché dobbiamo parlare, fotografare o scrivere della nostra esperienza,

non è sufficiente tenerla per sé come un ricordo?

Un ricordo che puoi rivivere come e quando ti piace.

Così è un'altra cosa.

Sapendo che l'avevano letto, all'improvviso mi importava la loro opinione.

Se pensavano che fosse ben scritto... cosa ne pensavano del contenuto.

Avevo scritto cose di me che non conoscevano

per non parlare di una bella quantità di roba sessuale.

Sono di ampie vedute, ma non abituate a sentire certe cose da me,

cose così imbarazzanti poi.

Sì, perché avevo mentito parecchio, devo confessarlo.

Bugie alla mamma quando le dicevo che andavo a danza mentre in realtà ero da Johanna.

Ma anche a Johanna. La prima volta che sono andata a trovarla... ho mentito.

Avevo intenzione di dirle che ero innamorata,

ma quando sono arrivata a casa sua, non l'ho ritenuto necessario.

Perché lei non si era mai chiesta che cosa ci facevo lì e questo mi faceva paura.

Lei mi ha solo abbracciato e mi ha accolta, come se mi stesse aspettando.

Entriamo?

Tipo: "Certo che devi stare qui con me, è qui il tuo posto".

Ed era così che mi sentivo.

La sua casa era così bella.

Vuoi una tazza di tè, Johanne?

Avevo la sensazione di essere diventata un'altra entrando lì dentro.

O meglio, avevo la sensazione di essere quella che avrei sempre voluto essere.

Ma qualcosa mi impediva di dirle quello che avevo in testa, forse il modo in cui mi parlava.

Aveva notato che ero turbata e pensava che fosse per la scuola, così ho giocato un po'.

Le ho detto cose che non erano del tutto vere, ma non erano neanche bugie assolute.

Erano più che altro cose delle quali avevo discusso con il mio gruppo di amici.

- Mi sembra che ci sia troppa competizione. - Capisco.

Finiamo di interpretare ruoli dei quali non siamo capaci di liberarci.

- E tu senti di essere finita in un ruolo che non ti appartiene. - Sì, è come...

E anche se in realtà ho usato quell'argomento come una specie di scusa,

parlarne con Johanna mi ha fatto sentire molto meglio.

Non per vantarmi, ma sento che rifletto molto di più dei miei compagni di classe,

che ho una visione complessiva.

Ma quando esprimo la mia opinione...

sento che non mi prendono sul serio e mi guardano come se fossi una stupida

e alla fine mi sento stupida davvero.

Su, non piangere. Tu sei tutt'altro che stupida.

Davvero.

Io trovo che sia positivo che tu prenda questa cosa seriamente.

Devi farlo.

Se tu non prendi te stessa seriamente, neanche gli altri Io faranno.

No...

E solo perché sollevi delle questioni serie,

non vuol dire che tu non possa scherzare, giusto?

Non devi scegliere o l'uno o I'altro. Puoi fare entrambe le cose.

Sarò rimasta lì tre ore.

Non volevo andarmene, ma si stava facendo tardi.

Mentre ci salutavamo le ho fatto i complimenti per il suo maglione.

Le ho detto che mi piaceva molto e che avrei voluto imparare a lavorare a maglia.

Mi ha risposto che poteva insegnarmi

e così ci siamo messe d'accordo.

Quando tornavo mi avrebbe insegnato a lavorare a maglia.

Era incredibile, ma non sorprendente come quello che è successo dopo,

perché poi ha afferrato la mia sciarpa e me l'ha avvolta attorno al collo.

È successo così in fretta ed ero così sorpresa che riuscivo a malapena a capirne il senso.

E poi ci siamo abbracciate, ma non sembrava un abbraccio normale.

Cioè... lei era così vicina a me.

Ho sentito le nostre cosce che si toccavano e non è durato a lungo,

ma penso, anzi ne sono quasi certa, che anche per lei non era stato un normale abbraccio.

Così ho iniziato ad andare da lei, ci tornavo ogni lunedì.

Saltavo le lezioni di danza per farle visita sempre in gran segreto.

E visto che mia madre pensava che fossi a danza

facevo una deviazione passando dallo studio, per sicurezza.

È strano come questa parte della città cambi da un isolato all'altro.

Dai Giardini Botanici, dove nonna incontra le sue amiche per passeggiate e caffè,

a Motzfeldt Street, che è come entrare in una società completamente diversa

dove le persone amano cose diverse e sono accomunate dalla stessa fede...

diversamente da noi.

Una volta ho chiesto alla mamma e alla nonna perché noi non crediamo in niente.

E mamma ha detto che crede nell'amore, nella democrazia e nella libertà di parola.

Questo ha reso la nonna triste, perché lei crede in Dio e trova conforto in lui.

"La libertà di parola non ti terrà la mano sul letto di morte", ha detto.

Alla fine di Motzfeldt Street si attraversa una piazza.

Poi mancano solo pochi passi all'appartamento di Johanna.

Qui si trovano diversi tipi di persone.

Persone che non metteranno mai piede nel giardino botanico o in via Motzfeldt.

È così strano.

Si attraversa un ponte pedonale nella roccaforte del capitalismo, come direbbe la nonna,

dove le persone sembrano vivere e respirare denaro.

Non so perché Johanna abitasse lì.

Era così diversa dagli altri che ci vivono.

Non era il suo appartamento.

Apparteneva a una donna che conosceva e che trascorreva la maggior parte del tempo all'estero.

Quando ho chiesto chi fosse, Johanna si è ammutolita.

Sono stata da Johanna nove volte.

E ogni volta mi sentivo come se conoscessi la strada un po' meglio.

Come se la sentissi ogni volta più mia.

Qualunque cosa fosse, sentivo che stavo crescendo.

Come se mi stessi trasformando in qualcun altro.

Ho iniziato a pensare ad altre parole.

Scisto. Lana. Acqua.

Tutto ciò che ho associato a Johanna ha aperto il mio mondo e ha reso la mia vita più grande.

Era così bello essere lì, stare nella stessa stanza, fare le nostre cose.

Mi sembrava che fosse proprio questo essere una coppia.

Ho imparato a lavorare a maglia.

Conoscevo le basi, ma non molto di più.

Come diceva Johanna: "È un'arte a sé e per padroneggiarla, devi esercitarla."

"Deve diventare memoria muscolare."

"Una sensibilità acquisita attraverso l'esperienza, che all'inizio fa quasi male

perché è impacciata e goffa,

ma poi, quando la impari, è per tutta la vita".

Ho pensato spesso a come mi sentivo al sicuro stando lì.

Non potevo leggerle nel pensiero, ma credo che anche a lei piacesse.

Ne sono quasi certa,

perché a volte sembrava non volere che me ne andassi.

Si sedeva molto vicino a me e mi sentivo come se stessimo per... be', per baciarci.

- Più ti eserciti più diventi brava. - Mm-mm.

Poi si allontanava, come se non fosse successo nulla.

Ma ho capito che le piacevo.

Mi aveva detto che pensava che fossi una persona meravigliosa.

La cosa mi ha messo in agitazione.

Altre volte sembrava quasi che stesse giocando con me,

ma questo rendeva tutto più speciale.

Non prendi in giro qualcuno che non ti piace, giusto?

Lei non è vecchia come la mamma, ma è un adulto, comunque.

Mi ricorda una delle mie cugine, che ha 20 anni.

Hanno la stessa pelle. Incredibilmente morbida.

Quindi...

è stata una sensazione travolgente.

Solo guardarla mi faceva impazzire.

L'unica cosa che volevo era toccarla.

E restavo delusa ogni volta che me ne andavo senza averlo fatto.

- So che lei e le sue amiche hanno visto dei porno. - Le hai parlato?

No, ho riletto il manoscritto ieri. Oggi lei è a scuola.

E quando l'ho letto di nuovo ero così...

Ho iniziato a pensare ad altre cose, per esempio a me.

È così bello!

Non avevo idea che potesse scrivere in quel modo.

Mi sono lasciata trasportare così tanto da dimenticare che stavo leggendo di Johanne.

- È esattamente quello che ti ho detto ieri. - Ah, sì? - Sì.

In realtà mi sono ricordata di com'era bello essere innamorata.

La tenerezza che si prova quando ami un'altra persona mi manca tanto.

Io ho pensato a tutti quelli con cui sono andata a letto,

quei corpi caldi che non fanno più parte della mia vita.

- Sei andata a letto con molte persone? - Sì.

Più di te, suppongo.

Ho fatto il mio debutto all'età di 14 anni. Sessualmente, intendo.

Come scrittrice quando ne avevo 31.

Il primo era un po' presto forse, il secondo invece troppo tardi.

- Devo ammettere che ho pianto un po'. - Cosa? - Sì.

Dopo averlo letto mi sono sentita... più vecchia.

Gesù, tu non sei vecchia! Se fossi vecchia, io sarei morta da un pezzo.

Sai, ho chiesto a Johanne

se voleva che lo leggessi per avere solo un mio parere... professionale.

- Hai intenzione di pubblicarlo? - Sì, è stato il mio primo pensiero.

Sul serio? Pensi davvero che possa diventare un libro?

Ero pronta a chiamare il mio editore e chiedere di dargli un'occhiata.

Non può rifiutare qualcosa di così bello, è davvero ben scritto,

ma non è il caso forse.

- Perché no? - Non è stato concepito per essere pubblicato, l'ha scritto per se stessa.

- È la sua vita. - Sarebbe la sua vita anche se venisse pubblicato, non cambia niente.

Cosa? Che c'è?

Cosa? Mamma, sto solo pensando ad alta voce.

Ieri dicevi che era un vittima di abusi e ora ti sei convinta che debba essere pubblicato?

Ho reagito in modo istintivo. Ora lo vedo come un piccolo gioiello, un testo femminista.

Certo che sei passata in fretta dagli abusi al femminismo.

Vorrei salire fino Ià.

C'è un conflitto interiore nella tua testa, eh?

Non riesci a capirne il senso, perché...

Oh, quelle sono le sorelle Brontë?

- State cercando funghi? - Sì. - Com'è andata?

- Ormai è un po' tardi, ma qualcuno I'abbiamo trovato. - Non molti.

Finferli, già congelati!

- Non sta diventando buio? - Non ancora. - Sì, ma continuiamo a cercare ancora un po'.

- Sì, non si sa mai! - Non vi tratteniamo.

- Buona passeggiata. - Anche a voi. - Buona fortuna.

- Hai dei pregiudizi nei miei confronti. - Smettila!

Penso che dovremmo semplicemente usare le nostre risorse. Non posso neanche dirlo?

- Solo il fatto che usi la parola risorse mi fa venire i brividi. - Mio Dio! Ok.

Allora tanto vale che stia zitta, se hai obiezioni anche verso le parole che uso!

Sai, me lo ricordo molto molto chiaramente.

- Ti ricordi quando abbiamo visto "Flashdance" secoli fa? - Sì, certo.

È stata la prima volta che mi sono sentita stupida perché avevo un'opinione diversa dalla tua.

Io amavo quel film. Avevo dieci anni.

E tu l'hai fatto a pezzi, come se fosse il peggior film del mondo, un crimine contro l'umanità.

- Te lo ricordi? - Be', era un film orribile. Kristin, per favore, ascoltami.

Faccio parte di una generazione che è stata sulle barricate

ben prima che raggiungessimo la pubertà,

e abbiamo lottato per i nostri diritti, per l'uguaglianza.

Così quando hai voluto guardare "Flashdance", ho pensato:

"È fantastico! Finalmente un film su una saldatrice".

Lei era circondata da uomini, ma non sembrava che questo la turbasse minimamente.

Così ho pensato: "Evviva I'uguaglianza!".

- Ma in realtà il film non parlava affatto di questo. - No.

Parlava del suo desiderio di essere una ballerina sexy.

Non ha fatto che rafforzare Io stereotipo sessista femminile

che avevamo combattuto duramente per tanto tempo!

Non capisci che quel film è stata un'enorme delusione

e ha avuto delle ripercussioni su tutto quello per cui io avevo lavorato per anni!

- Lo capisci o no? - Lo hai detto tante volte, ma a me è piaciuto.

Avevo dieci anni, volevo solo ballare.

- Avresti almeno potuto lasciarmi quella gioia! - Ma se ti ho perfino comprato la colonna sonora!

Ma non potevo godermela.

Mi hai privato di quella gioia facendomi capire che era sbagliato che mi piacesse.

Forse è stato un bene che ti abbia privato di quella gioia.

Non è giusto godersi qualcosa di così sbagliato!

È quasi paragonabile a quei raduni di massa che... che i...

che i nazisti organizzavano a Norimberga.

Sono sicura che per loro era molto divertente.

- Sono sicura che la gente li adorava, ma io non sono autorizzata a criticarli. - Che sciocchezza!

- Perché non posso fare una critica? - Ok, prendiamo "Flashdance".

Si può interpretare come una storia sulla mobilità sociale, giusto?

La protagonista aveva già dato prova di sé in un lavoro dominato da uomini,

e poi ha scelto un'altra strada.

Io continuo a pensare che abbiamo perso qualcosa con la vostra generazione, siete così miopi.

E io sono autorizzata a dire che penso sia un libro meraviglioso.

- Premi, la luce è accesa? - Sì, lo faccio... No.

- Prova di nuovo. - Più facile dirlo che farlo. - Ehi! C'è qualcuno qui?

- È accesa? - Fatto. - Salve! - Salve!

- Sono le sorelle Brontë. - Sapete dov'è il sentiero? - Ci siamo sopra.

- Oh, mio Dio! Possiamo camminare con voi fino al parcheggio? - Ma certo!

Di qua.

- Qualcuno ha paura del buio? - Sì. - Un po', ma leggo poesie ad alta voce a me stessa. Mi dà forza.

"Non c'è altra forza che la forza interiore e viene dall'esterno."

- Questo è Ekelöf. - Sì.

"Come il nome magico che i tuoi genitori ti hanno dato

per proteggerti dall'oscurità e dalla mancanza di autostima,

per distinguerti da migliaia di altri quasi identici a te."

"Eppure sei senza nome come la notte e l'oscurità."

"In verità, tu non sei nessuno."

- Sei stata a lezione di danza per tutto questo tempo? - Sì.

È il mio?

Sì.

Dovevi leggerlo proprio qui?

- È l'unica copia, lo sai. - Sì, Io so. - È mio.

Come te la passi?

Mi dispiace di... averti mentito.

Sono stata molto spesso da Johanna

e ti ho detto che ero con Jenny o a danza.

Non c'è problema.

Vieni qui.

Va tutto bene.

- Non ti sei arrabbiata? - No, perché dovrei?

Non sono arrabbiata.

È meraviglioso, Johanne.

Vieni qui.

È meraviglioso quello che hai scritto.

Tutto quello che hai passato e di cui non sapevo nulla...

Ma devo chiedertelo. Tutto quello che hai scritto... è vero?

Ho parlato di me. Ho scritto della mia vita.

- Ma è vero? - Cosa intendi dire?

Ehm...

Ok, è successo qualcosa che non volevi?

Certo!

Non mi ha voluto, purtroppo.

- Immagino che tu sperassi di metterti con lei. - Sì.

La penultima volta che ci siamo viste c'eravamo così vicino

e penso proprio che lo desiderava quanto me.

Eravamo sedute lì, a chiacchierare e a lavorare a maglia da ore.

La casa di Johanna è così calda, come se i termosifoni fossero sempre al massimo.

Mi piaceva molto perché qui fa sempre un po' freddo.

Ma... il caldo mi metteva sonno.

Johanna, invece di consigliarmi di andare a casa,

mi disse che potevo fare un pisolino sul divano

mentre lei preparava il tè.

E allora mi sono sdraiata e l'ho seguita con lo sguardo, mentre camminava per l'appartamento.

Ed è stato così bello

perché in quel momento mi sembrava davvero di appartenere a quel posto.

Ero convinta che anche lei fosse innamorata di me.

Lo senti, vero, nel corpo,

quando qualcuno non vuole che tu te ne vada?

È inconfondibile.

Lo puoi sentire...

sulla pelle e nel corpo.

Trema tutto, va tutto in pezzi.

Ero certa che anche lei si sentisse così.

È stata la prima volta che siamo state completamente...

Era come fossimo una cosa sola.

Però...

- Che cos'hai? - Niente, va tutto bene.

- È successo qualcosa? - Ehm...

Ci sono tante cose che vuoi condividere con qualcuno, ma purtroppo non te lo puoi permettere.

- Con me puoi farlo, se vuoi. - Certo.

Tu sei davvero dolce.

A volte penso che tu mi conosca meglio di persone

che ormai frequento da così tanto tempo, forse troppo.

Ma per certe cose penso non ci sia scelta,

devi affrontarle da sola.

Adesso credo che sarebbe meglio che tu te ne torni a casa, Johanne.

- Posso restare con te... - No, davvero, ti ringrazio. Ho bisogno di stare un po' da sola.

Non sapevo che fare, non volevo andarmene.

Volevo soltanto...

Volevo abbracciarla.

Era così sconvolta. E io lo ero altrettanto.

Sia perché vedevo il suo dolore, sia perché non ero in grado di aiutarla.

È stato terribile.

Le ho mandato un messaggio non appena me ne sono andata,

dicendole che la stavo pensando con tutto il cuore.

Le ho detto che poteva chiamarmi in qualsiasi momento e che era la persona migliore del mondo.

È stato terribile, perché quando ero lì sembrava davvero che fossimo una coppia.

Poi non so cos'è successo, so solo che è finita.

Non ho mai provato niente del genere, mamma. Mai.

Poi però ha risposto ai miei messaggi.

Mi ha scritto che le era piaciuto molto avermi lì

e che voleva che ritornassi il giorno dopo.

Il giorno dopo, però, ha disdetto per un imprevisto.

Almeno è quello che mi ha scritto.

E non è neanche venuta a scuola, quindi l'ho chiamata.

È stato molto bello. Era contenta di sentirmi.

Aveva un problema di stomaco e doveva riposare.

E aveva anche le mestruazioni, quindi era un po' sottotono.

Ci siamo messaggiate tanto. Ho cercato di tirarla su.

Ho scritto delle cose tipo: "Mi raccomando, guarisci presto, tesoro".

Ma mi ricordo anche di avere scritto

che tengo molto a lei.

Poi me ne sono pentita subito dopo.

Solo che lei mi ha risposto immediatamente, mi ha mandato un sacco di cuori.

"Anch'io tengo a te", ha scritto.

Poi mi ha detto che era molto contenta di sapere che anch'io tenessi a lei.

Le ho risposto dicendo che avrei potuto andare subito da lei se avesse avuto bisogno di aiuto,

che avrei potuto cucinare per lei.

Ma non me l'ha detto, non mi ha detto più nulla.

Questo è successo prima di Pasqua.

Poi a Pasqua siamo andati alla baita...

e mi sono ammalata anch'io.

Stavo malissimo, ero veramente distrutta.

Non riuscivo proprio a capire per quale ragione non mi avesse risposto.

Be', poi mi ha risposto, ma è stato molto breve.

Io le ho detto che ero alla baita e le ho chiesto come stava.

Le ho detto che anch'io ero malata.

Lei ha scritto: "Poverina, rimettiti presto".

Al che ho replicato: "Poverine, non poverina".

Ci immaginavo malate insieme.

Anche se eravamo lontane.

Un giorno di sole le ho mandato una foto.

E lei mi ha risposto con una foto.

Era di lei e di una sua amica, stavano facendo una passeggiata in città.

Non mi aveva detto che stava meglio, quindi sono rimasta molto sorpresa.

Ho iniziato a immaginarla

mentre incontrava persone e viveva dei momenti in cui io non c'ero.

E...

Era ormai evidente che ci stavamo allontanando.

Io allora le ho scritto raccontandole come mi sentivo.

Mi ha detto soltanto che non dovevo preoccuparmi.

E poi le ho mandato una foto del mio lavoro a maglia.

Le ho chiesto se mi poteva aiutare. Al che lei ha risposto: "Certo!".

Ha scritto "certo" con un punto esclamativo e con un po' di faccine.

Così abbiamo deciso che sarei andata a trovarla il martedì successivo.

È stato un sollievo rivederla.

Che bello vederti!

All'inizio sembrava che non fosse cambiato nulla dall'ultima volta che ci eravamo viste.

Era come se avessimo ripreso da dove avevamo lasciato.

Ma in realtà non era la stessa cosa. Lei era diversa, era più irrequieta e sciocca.

È molto diverso.

- Che strano, cos'hai cambiato? - Niente, mi sono solo liberata delle cianfrusaglie.

E continuava a divagare, a scherzare su cose che non capivo.

Forse mi stava prendendo in giro per averle mandato così tanti messaggi a Pasqua.

Be', non mi ha proprio preso in giro,

ma ho avuto l'impressione che pensasse che avevo esagerato.

Ma la cosa più strana...

era che lei era così occupata a riordinare che non mi guardava.

Parlava molto, ma non mi guardava.

E anche il suo modo di parlare era nervoso, sopra le righe, come eccitato...

Magari un po'.

Come succede quando qualcosa ti preoccupa

e cerchi di fingere che tutto vada bene.

Volevo farti vedere il lavoro a maglia.

Non ero davvero lì e neanche lei.

Sei tu che mi hai detto che tua nonna lavora a maglia, vero?

Poi è suonato il campanello e lei si è precipitata alla porta.

- Era un'altra donna. - Guarda chi c'è!

All'inizio ho pensato che fosse quella della foto che mi aveva mandato a Pasqua.

E invece no.

Era chiaro che l'aveva invitata lei e che la stava aspettando.

Anche l'altra aveva un atteggiamento strano.

Come se fingesse qualcosa.

Si guardava intorno. Sembrava che non riconoscesse la casa.

E comunque aveva proprio l'aria di chi era stata invitata a cena.

Era tutta carina e truccata. La stava aspettando, ne sono sicura.

- Dimenticavo che questo è il tuo studio. - Bisogna essere creativi. - Sì.

- Questa è Johanne, una delle mie studentesse. - Ah.

- Johanne e Johanna. Carino. - Sì.

Lei è Frøydis.

- Non so bene come definirti. - Potresti considerarmi un'allieva come lei.

- Frøydis studia all'Accademia. Dove ho studiato io. - Mm-mm.

- Le dai delle lezioni private? - No, la sto solo aiutando con il lavoro a maglia. - Ah... - Mm-mm.

- Ma Johanne stava già andando via. - Ok.

Basta, vado a cambiarmi.

- Vuoi un bicchiere di vino? - Certo, molto volentieri.

Johanna è bravissima con la maglia.

Ha tanti maglioni bellissimi.

- Hai dei maglioni davvero belli, Johanna! - Grazie!

Stai frequentando il liceo, vero?

Ehm... sì.

- Ti ho detto che è una mia studentessa. - Eh, sì, sì, me l'hai detto prima.

È stata anche la mia insegnante. Siamo in tante.

Tu hai davvero dei bei capelli, sai? Vorrei averli proprio come i tuoi.

- Hai bisogno di aiuto? - No, no, va bene così.

Mi sentivo così stupida, come una bambina.

Il modo in cui mi ha toccato i capelli. Era così sprezzante, così ipocrita.

Sì, sì.

E allora me ne sono andata.

Mi sentivo come se fossi morta.

Ti sei mai sentita così, completamente senza vita,

ma comunque costretta ad andare avanti?

Cosa che sembra impossibile e del tutto inutile

perché senza di lei niente ha importanza.

Capisco che sia stato doloroso, ma ti riprenderai.

Troverai qualcun altro.

Io voglio amare solo lei.

Non qualcun altro.

È stato un sollievo non dover più nascondere nulla a mia madre.

Ma significava che ciò che avevo scritto non era più un segreto.

Così ho smesso di avere tanta paura di diffonderlo.

E quando mia madre e mia nonna hanno suggerito di mostrarlo all'editore,

così, senza impegno, mi è sembrata un'idea interessante.

- Quando è stato, lo scorso autunno, giusto? - Ah-ah.

- Il pubblico era qui, lungo il sentiero. - È vero.

Ricordo che era tutto pieno di ballerini, e poi c'è stato quel bagliore dorato

che mi ha fatto venire in mente la famosa storia di...

Chi era? Giacobbe. La scala di Giacobbe, nella Bibbia.

Quando lui sognò di vedere una gigantesca scalinata che Io avrebbe condotto fino al cielo.

- Come se fosse un profondo desiderio interiore. - Sì, un desiderio di Dio.

Probabile. Qualunque cosa sia Dio.

Era diverso da quello che le persone immaginavano, ma...

ma in fondo è stato quasi sensuale.

E allo stesso tempo è stato... veramente commovente, capito? Davvero!

E credo che ciò fosse dovuto ai ballerini.

- Non c'era nessuna vanità in loro. - Sì, è vero.

Si comportavano con semplicità, come se fossero persone normali.

Credo che tutti nel pubblico abbiano provato una specie di conforto, in realtà.

E questa... questa, fai attenzione al paragone,

è stata la stessa sensazione che ho provato quando ho letto il manoscritto di tua nipote.

- Sul serio? - Sì. Mi ha trasmesso felicità.

La vita all'improvviso mi è sembrata semplice.

Ho sentito il bisogno di uscire, di essere più presente nel mondo.

Sono molto contenta. Pochi libri ti hanno fatto questo effetto. Non i miei, almeno.

Sì, ma tu non hai mai scritto in questo modo, così vulnerabile e brutalmente onesto.

Perché scrivere così, con uno stile diretto, semplice e senza riserve,

è una cosa estremamente difficile.

Forse è anche questo che gli dà... ehm, pathos, no?

- Perché sicuramente di pathos ce n'è tanto. - È vero.

Non mi sembra mai noioso.

Risulta sempre molto... molto piacevole da leggere.

Ci sono... espressioni come...

- Ehm... "pelle segreta", giusto? - Ah, sì, me la ricordo bene.

- Come le è venuta in mente? - Credo che quella l'abbia presa da me.

Be', non proprio da me, ma da Lars.

Gyllensten. Ogni tanto Io cito.

"Pelle delle cosce, del ventre, delle spalle, pelle segreta."

"Pelle del petto, delle braccia, delle cosce."

"Pelle della pancia contro... l'inguine, pelle su pelle, segreto su segreto... buchi."

- A volte lo recito, quindi lo avrà sentito da me. - Certo.

E tu, stai scrivendo qualcosa?

Oh! Forse ho ancora un libro dentro di me, non Io so.

Ultimamente per me è diventato...

Be', non è che ci abbia pensato spesso, o forse sì,

però ultimamente è diventato un pensiero spaventoso, quasi paralizzante.

A chi può interessare ciò che scrivo? A malapena interessa a me.

Perciò quando mi parli di questa vulnerabilità e di sincerità,

dello scrivere di se stessi in questo modo,

mi paralizza il pensiero di non avere davvero vissuto una vita mia.

Ho solamente vissuto attraverso le vicende dei personaggi delle mie poesie.

Avrei tanto voluto godermi la vita.

Potevo innamorarmi di più, avere più storie, andare a letto con più uomini.

Molti, molti, molti, molti di più,

ma adesso direi che è un po' tardi per pentirsi o provare rimpianti.

Mia nonna parlava spesso di tutto ciò che avrebbe voluto fare diversamente.

E forse esiste una specie di conforto nel poter esprimere i propri desideri, i propri sogni.

Se è vero che tutti i nostri pensieri emergono nei sogni,

credo che quelli di mia nonna riguardassero soprattutto i libri che non aveva mai scritto,

e il sesso e anche Dio.

- Come te Io immagini tu Dio? Com'è fatto? - Be', io... non saprei.

- Ah, no? - Molto... rassicurante.

Io me lo immagino come un bell'uomo svedese.

Bello, biondo, che se ne sta nudo, appollaiato in cima alla scalinata.

Gambe aperte, a disposizione di chiunque Io voglia.

Amichevole e generoso. Sarebbe proprio fantastico.

Sì. Be', scrivi di questo, no? Non è troppo tardi.

Nel frattempo, per quello che riguarda Johanne,

perché non le dici che sarei felice di vederla e di parlarle del suo libro se ne ha voglia.

Che ne pensi?

- Credi davvero che possa essere qualcosa che vale la pena di pubblicare? - Ma sì, certo!

- Ecco! Il tè caldo. - Pensi che il tuo editore l'abbia apprezzato?

Uh... Non Io so, davvero. Ha detto alcune cose carine, questo sì.

- Ma se sia sufficiente per... - Intendi dire per essere pubblicato?

Non ne ho idea. Il fatto è che non ne abbiamo parlato molto.

Beviamo, anche se è bollente.

Forse sarebbe meglio se aggiungessimo un po' di acqua fredda.

- Non so, posso andare a prenderla, che dici? - No, va bene così.

Allora, dove... dove ero rimasta? Ah, sì, I'editore.

Ti posso dare il suo numero, se vuoi, così la puoi chiamare.

Sempre che tu voglia davvero diventare una scrittrice.

- Una scrittrice... - Be', sì, una scrittrice.

- O almeno, se vuoi trasformarlo in un libro. - Credevo che un libro lo fosse già.

- Sei contraria? - No, ti sbagli, non sono né a favore né contraria.

Se ben ricordo, all'inizio non volevi che nessuno lo leggesse. Nemmeno io.

Hai detto più volte che Io avevi scritto esclusivamente per te stessa.

Sei andata su tutte le furie quando l'ho stampato.

Mi ricordo bene la tua reazione quando ti ho detto che avevo intenzione di leggerlo.

- Che cos'è che ti ha fatto cambiare idea? - Il fatto che hai detto che era bello.

- Ah! - Hai detto che leggendolo ti sei dimenticata che parlava di me.

- E mi hai detto anche che ti ha travolto. - Sei sicura che l'abbia detto? Non Io ricordo.

- Io me Io ricordo. Te Io ricordi anche tu, vero, mamma? - Sì. Almeno, a me l'hai detto!

- Cosa?! - Certo, me Io ricordo benissimo. - Non è vero, non l'ho detto. - Sì.

Vi prego, tenetemi fuori da questa storia, per favore.

Quello che ho detto io, se vi interessa, è che scrivi davvero bene, Johanne,

e che, secondo me, potresti tranquillamente essere una scrittrice, se lo volessi.

Sì, però, se il tuo libro venisse pubblicato, devi considerare che molte persone Io leggeranno.

E avranno opinioni diverse. E ci saranno delle recensioni, delle critiche.

Critiche che potrebbero anche essere dure.

La mia paura è che tu possa perderti in tutto questo.

La mia preoccupazione è solo questa.

- È normale. - A me sembra che tu veda troppi problemi.

È una storia che può funzionare.

Penso anche che molta gente possa facilmente riconoscersi nelle cose che lei scrive.

Tesoro, scusa ma vedo brillare il simbolo del dollaro nei tuoi occhi.

- Cosa?! - Sì. Tu stai pensando soltanto al tornaconto economico.

- Vuoi fare soldi con quel libro! - Ma che stai dicendo?

- Io sto pensando soltanto a... - A quante copie potrebbe vendere.

Penso che Johanne abbia scritto un ottimo libro e che noi dovremmo prenderlo sul serio.

Perché lei ha creato qualcosa che può piacere alla gente, quindi dobbiamo capire che cosa farne.

- Almeno, questo è quello che penso io. - Ascolta, questo è un romanzo d'esordio, capisci?

E in quanto tale è molto probabile che non venderà un milione di copie, è chiaro?

- Lo so anch'io, non sto dicendo questo. - Be', allora fai bene, mi fa piacere.

Cavolo, come sei prevenuta. Sto solo dicendo che penso che questo potrebbe diventare un bel libro.

Un libro che potrebbe... avere un vasto pubblico.

E se Io avrà, sarà prima di tutto perché è molto attuale!

Perché è una storia in cui molte persone possono identificarsi.

È una storia di scoperta della propria identità.

Un caso emblematico di risveglio queer, che sarebbe di riferimento per la comunità LGBTQ+.

- Un caso di risveglio queer? - Sì, proprio questo.

- Quindi sarei queer solo perché mi sono innamorata di Johanna? - Direi proprio di sì.

- Ma dovresti esserne orgogliosa! - Perché dovrei essere orgogliosa?

È quello che rende il tuo libro così importante, capisci?

È un aspetto essenziale, a mio parere.

È un libro che potrebbe aiutare i giovani, perché... perché...

Come dire? Ehm... La verità è che ciascuno di noi...

Io penso che ciascuno di noi sia una storia, in un certo senso.

O almeno che abbia una storia, capisci?

In pratica le nostre vite si possono considerare fabbriche di storie.

Perché le storie... le storie sono quella cosa di cui le persone hanno più bisogno.

Perché tutti abbiamo bisogno di ascoltare e raccontare le storie degli altri.

Delle storie che ci diano coraggio, conforto, emozione e gioia,

che riflettano le nostre vite, perché siamo tutti uguali.

Affrontiamo la vita in questo modo.

In pratica le storie ci aiutano ad elaborare i nostri problemi, in un modo differente,

e ci aiutano ad andare avanti, e ci...

Non pensi che il libro sia un po' troppo esplicito sessualmente?

Certo! E questo è un bene.

Imparare a descrivere il sesso e la sessualità senza falsi pudori

penso sia qualcosa di cui abbiamo molto bisogno.

Secondo me.

Accidenti, adesso sono io quella che spinge per pubblicarlo.

Vi giuro che non sto cercando di... di influenzarti.

- Davvero, questo dipende, solamente da te, Johanne. - Speriamo.

Ad ogni modo, tu ci devi pensarci bene, una, due, tre, dieci volte, come dice la nonna.

Perché potrebbe rivelarsi un percorso non proprio dei più facili.

Credo che prima di tutto si debba capire se puoi reggerlo.

Sì.

E devi parlare con Johanna. Devi prima farglielo leggere.

- Non Io puoi pubblicare senza che lei l'abbia letto. - No, non voglio! - Devi farlo.

- Scordatelo! - Purtroppo devi farlo.

Non ci penso proprio. Assolutamente no!

Nessun editore te Io pubblicherebbe se prima non lo fai leggere a lei, te l'assicuro.

Lei Io leggerà comunque. Non hai molta scelta.

Il problema è... che non posso farlo.

Problema risolto. Aspettiamo.

In fondo ha solo diciassette anni. Ha dimostrato di saper scrivere, no?

E quindi potresti sempre scrivere qualcos'altro. Una cosa nuova.

Oppure riscrivere il libro più avanti, quando avrai preso le distanze dalla storia.

"Distanze". Non è questo.

Non volevo prendere le distanze.

Quello che volevo davvero era Johanna. La voglio ancora.

L'ho capito quando mia madre ha pronunciato il suo nome.

Ho sentito aprirsi una voragine nello stomaco.

Quella notte ho riletto quello che avevo scritto. Per questo motivo.

E mentre leggevo sentivo che stava tornando tutto, si riaccendeva.

Come se lo stessi rivivendo.

Ho pensato che anche Johanna avrebbe dovuto leggerlo.

Così avrebbe capito esattamente come mi sentivo.

Sarebbe rimasta colpita dalle mie parole,

e forse mi avrebbe visto sotto una nuova luce.

In fondo avevo scritto una sorta di lettera d'amore.

E avevo scritto di lei in modo gentile.

Forse le mie parole avrebbero fatto colpo.

E magari quando avrei avuto più di vent'anni e sarei stata una scrittrice,

ci saremmo incontrate di nuovo,

e avrebbe capito che eravamo fatte l'una per l'altra.

Ecco il tuo libro.

- È molto bello. - Grazie.

Ok, ora rivediamo insieme alcune cose, d'accordo?

Questo lo mettiamo qui.

Dunque, comincio col dirti che mi piace molto come scrivi.

Sei molto chiara...

Non me la sentivo di rivederla. Così mia madre l'ha fatto al mio posto.

Ha chiamato Johanna, le ha spiegato tutto e le ha mandato il manoscritto.

E dopo, quando l'ha letto, hanno organizzato un incontro.

Non ha preso il dolce alla cannella.

- Non posso sedermi e mangiare da sola. - Ma sì, certo che può!

- Oh, accidenti, ne ho versato un po', scusi. - Non fa niente, può succedere.

Già.

Allora...

Be', non so bene che dire, in realtà.

- Devo ammettere che temevo molto questo incontro di oggi. - Davvero?

- E perché? - Be', perché non so che cosa lei voglia fare.

- Vuole andare alla polizia a denunciarmi... - Denunciare?! No, assolutamente.

- Be', allora vuole denunciare la scuola? - È ancora caldo. - Sì, attenta.

Ecco, io... sono consapevole che può sembrare che abbia oltrepassato il limite.

So che non si dovrebbe avere certe confidenze con gli alunni, ma tutto ha preso un'altra piega.

Però, a mia discolpa, io non sono un'insegnante.

- Non è un'insegnante? - È che non ho mai studiato pedagogia.

Non ho una laurea in pedagogia. Io ho frequentato l'Accademia d'Arte.

In realtà sono una visual artist.

Non la prenda come una scusa, ovviamente, ma solo come una spiegazione.

Devo dire che ho pensato che non ci fosse niente di male

nel permettere a Johanne di venire a trovarmi qualche volta a casa.

Però, dopo quello che ho letto... Be', io non so...

Non deve temere di essere denunciata. Ho parlato con Johanne e so che non è successo nulla tra voi.

Bene! Sta dicendo che...

Ok, è davvero bello sentirglielo dire.

Io non ho figli, ma posso solo immaginare che cosa avrei fatto al suo posto

se mia figlia avesse scritto qualcosa del genere.

Ma è molto maturo da parte sua prenderla così.

Sì, be'...

È stato strano leggere quelle parole, perché non avevo idea che Johanne si sentisse così.

- Davvero non I'aveva capito? - No.

Scusi, ma leggendo è chiaro che Johanne...

Be'... Non aveva capito che ha una cotta per lei?

Assolutamente no. Non all'inizio.

Poi, forse, l'ho sospettato,

ma... voleva imparare a lavorare a maglia.

Ho pensato fosse una cosa carina. Ma che fosse innamorata, be'...

Io... Scusi se insisto, ma lo sto facendo per mia figlia, perché vorrei capire se...

Sicuramente anche lei prova qualcosa, non è vero?

No?

No.

Ma da quello che ha scritto Johanne è molto difficile non pensare che lei non...

Forse mi sono espressa male dicendo che io non l'avevo capito,

ma credo che Johanne sia una ragazza molto sensibile

e che si sia affezionata a me come succede tra due amiche.

Almeno, è così che l'ho percepito io.

Credo che si debbano distinguere le due cose.

È una cosa normale l'intimità tra ragazze senza che ci sia qualcosa di sessuale.

È per questo che non posso stare qui a dirle che ero attratta da lei, capisce?

- Ma Io era? - Lo ero?

Sì, forse alla fine un po' sì.

Quando ricevi così tante attenzioni da qualcuno...

Ma poi ho capito cosa stava succedendo e non ho voluto continuare per evitare che...

- Quindi l'aveva capito? - Be', è come ha scritto lei.

Esattamente come dice nel testo. Io avevo appena conosciuto una persona e...

Ma l'importante ora è che lei sappia che non è successo nulla tra noi.

Io e Johanne non siamo andate oltre, anche se può sembrare.

Ma ci sono delle... delle descrizioni molto intime.

Sì. Sì...

Molto sessuali.

Sì, l'ho notato anche io quando l'ho letto.

Voglio dire, le sue descrizioni del mio corpo sono davvero molto grafiche.

Quindi ho pensato: "Questo viene dalla sua immaginazione".

Perché in alcune parti lei racconta quello che sognava, oppure dei suoi desideri.

Ma detto questo, leggere tutte quelle cose su di me mi ha fatto sentire un po' come abusata.

- Abusata? - Certo.

Quando ho letto tutte le descrizioni di quello che ha provato sedendosi accanto a me,

oppure quando mi ha accarezzato il braccio.

Ho sudato freddo e ho pensato: "Oddio, ma quindi sono stata abusata?".

Io credo che "abusata" sia una parola un po' grossa in questo contesto.

Sì. E non sono in una situazione tale da poterla denunciare.

Ma io credo che subire un abuso senza rendersene conto è una cosa che può succedere.

Ma se non si era nemmeno accorta che si era infatuata di lei.

Come può definirlo un abuso?

Be', è evidente che lei si è approfittata di me.

- Johanne era innamorata. - Però questo non le dà il diritto di fare tutto quello che vuole.

Io ammetto di essere di parte,

ma posso assicurarle che ho educato Johanne al rispetto per le altre persone.

Sì, ma credo che...

No, forse ha ragione.

A essere onesta posso anche capire cosa ha provato,

perché è una cosa bellissima scoprire tutti quei sentimenti che nascono dentro di noi.

È unico. Ma ci sono parti che mancano, cose che Johanne ha tralasciato di scrivere.

- Mm? - Già.

Ma d'altronde sappiamo che I'infatuazione si nutre del proprio egocentrismo, non è forse così?

Si è più ossessionati dai propri sentimenti che dall'oggetto del desiderio.

- Mm. - È così.

Sa, ho I'abitudine di recitare le preghiere quando sono nervosa o quando sono spaventata,

Non so... oppure eccitata!

Ricordo di averlo fatto una volta quando Johanne si è seduta accanto a me

e ha cominciato ad accarezzarmi il braccio.

Ma non l'ha scritto, e l'ho trovato strano.

Perché così sembra che... che io esista solo attraverso i suoi occhi e nient'altro.

Come se io non fossi reale. Sì... è strano.

Questo non è vero, Johanna. Ho ascoltato la tua preghiera.

Mi sono commossa per il fatto che tu abbia condiviso con me un momento così privato e intimo.

E quando ho scelto di non scriverne, è stato per rispetto.

Mi sembrava di tradire la tua fiducia se ne avessi parlato.

Ci sono anche altre cose che ho deciso di non scrivere nel libro, e dovresti apprezzarlo.

Molti lettori potrebbero pensare che questo libro sia stato scritto da un bambino

che non capisce cosa sia il sesso, che pensa che sia un misto di gomme da masticare,

giocattoli di peluche e pelle morbida di una boyband.

Be', che lo pensino pure. Dopo tutto è meglio così.

Ma sai, io non l'ho mai visto in questo modo.

Sapevo cosa fosse il sesso e cosa stavo facendo a te e tu stavi facendo a me.

- In realtà abbiamo finito. - Sì, sì, certo.

- Volevo solo assicurarmi che fosse d'accordo per la pubblicazione - Sì, certo, nessun problema.

Mi saluti Johanne e le auguri buona fortuna.

Stavo pensando, secondo lei sarebbe meglio dirle che non è il mio tipo?

Lei pensa che potrebbe essere, non so, una buona idea,

o è meglio, evitare e magari dirle che...

be', che è più brava a scrivere che lavorare a maglia!

Non ero così male nel lavoro a maglia, solo che non mi piaceva.

E quella cosa che non sono il tuo tipo?

Come se giustificasse quello che hai lasciato che accadesse. Non ti credo.

Penso che tu abbia sentito che ti volevo, e che anche tu non potevi resistere.

Non è quello che tutti sognano? Qualcuno che ti vuole.

Perché in fondo cosa siamo se nessuno ci vuole? Non siamo nessuno.

Nessuno!

E poi penso a mia madre, a come si perde su Internet,

dove tutti sono concentrati su se stessi e sulla propria soddisfazione.

So che esce con qualcuno, ma quando torna a casa e la vedo,

posso dire che non l'ha fatta sentire una donna unica e insostituibile.

La nonna non cerca nemmeno qualcuno, trova solo conforto nelle sua scrittura.

Ma per quanto possa perdersi in essa, non riesce a farsene avvolgere, abbracciare, come dice lei.

Non sogna più di essere insostituibile per qualcuno.

Vorrebbe solo sentire ancora una volta cosa si prova ad essere abbracciati.

Da un corpo.

Credo che lo sogni costantemente.

Ed è quello che sogno anch'io.

Io ho pubblicato il libro, mentre Johanna si è sposata e ha cambiato città.

Lei ha una compagna e io ho un libro. Questo è quanto.

È stato accolto piuttosto bene.

Almeno ha una recensione positiva.

E ne ha anche un paio... un po' meno favorevoli.

Però sta vendendo.

Non tantissime copie, ma come dice la nonna, questo è un esordio.

Insomma... lei e la mamma sono fiere di me.

Mm. E tu?

Ti senti fiera di te?

- Fiera di me? - Mm.

Non saprei dire se sono fiera di me.

È vero che ho pubblicato un libro, ma adesso lo fanno in molti.

Diciamo che mi aspettavo di meglio.

E se adesso guardo quel libro,

non Io so,

ho la sensazione che tutto quello che ho scritto alla fine non mi appartiene.

Come mai hai voluto vedermi?

Perché mia mamma la segue su Twitter. Per questo.

- Tua madre? - Mm-mm..

Sì, lei adora i suoi tweet sulla salute mentale.

Lei è in grado di esprimere se stesso in poche parole,

mentre io ho dovuto scrivere un libro.

- Be', sai, non uso più quell'account ormai. Da un bel po'. - Capisco.

Be', secondo mia mamma e mia nonna mi avrebbe fatto bene parlare con qualcuno

delle cose che ho passato.

Delle cose che hai passato? Cioè innamorarti e pubblicare un libro?

Già.

Se la mette in questo modo, la fa sembrare una cosa terribilmente normale.

Be', Io è.

O almeno lo è innamorarsi.

È qualcosa che fa parte della vita. Capita a tutti.

Quindi crede che non sarei dovuta venire qui?

Non sto dicendo questo, sto solamente cercando di capire come potrei aiutarti.

- Chiaro. - Mm-mm.

Credo di sentirmi un po' vuota.

- Vuota? - Sì, sto così da mesi.

Ah!

Hai voglia di parlarmene?

Ecco, io credo che... è che io...

Ora non so bene che cosa fare, adesso che tutto questo è finito.

Quando il libro era soltanto mio ed era ancora dentro una chiavetta,

che conservo ancora,

era come se in qualche modo tenesse vive le emozioni.

Non che avessi ancora delle speranze.

Stavo veramente male, ma era anche quasi bello

provare qualcosa di così intenso.

Ma ora che è stato pubblicato, è solo un libro.

E continuo a pensare

che se mi innamorassi di nuovo

succederebbe la stessa cosa.

Non sarei corrisposta.

Dovrei scrivere un libro anche su questo?

Sei davvero convinta che nessuno potrà mai ricambiare il tuo amore?

In realtà no.

E in effetti adesso ho un ragazzo. È abbastanza carino.

A lui piace stare sdraiato sulla pancia completamente nudo,

così posso guardargli il culo.

Penso che sia una cosa carina il fatto che con me si mostri nudo e vulnerabile.

Anche se credo che voglia essere sexy, non vulnerabile.

E forse per qualcun altro sarebbe davvero una cosa sexy.

Però io... No, non Io so.

E ama farsi i selfie con me.

Ogni volta nella stessa posa, lui che mi stringe la vita col braccio.

La chiama "la posa alla Titanic".

Per lui questa è l'immagine dell'amore.

E qual è per te l'immagine dell'amore?

- Non ho un'idea precisa a riguardo. - No?

So quali sensazioni mi dà, non quale aspetto debba avere.

Né mi interessa saperlo.

Ok.

Ehm...

Ti va di prenotare subito un'altra seduta?

Ma come, abbiamo finito?

Sì. Sono passati novanta minuti.

Quindi... è parecchio.

Lei ha mai detto a qualcuno che deve darsi una regolata?

Mai.

Vuoi fare un'altra seduta?

Non saprei.

È molto costosa.

- Perché costa tanto? - È una bella domanda.

Andare in terapia è impegnativo, giusto?

Devi lavorare sodo

e impegnarti molto per migliorare.

E perciò, secondo alcuni, se la terapia costa tanto,

quelli che ci vanno si sentono motivati ad impegnarsi maggiormente.

- Non pensi? - Scusi, ma che cosa ha da offrire in cambio?

Non fraintenda, lei è gentile, però la maniera in cui parla...

Sembra che voglia inserire tutto in un sistema.

Questo mi fa sentire piccola, la mia vita si restringe quando ne parlo in questo modo.

Non è questa l'intenzione. Semmai è esattamente I'opposto.

Te I'assicuro. Sì.

E sei tu a decidere di cosa parlare.

Be', di solito le persone fanno terapia perché vogliono capire un po' meglio se stesse.

Però capire se stessi...

è una cosa che cambia continuamente.

- Mm... - Dovrò venire qui per tutta la vita?

Direi di no.

Non credo proprio che ce ne sia bisogno.

- Ehi! - Ciao.

- Scusami, ho fatto un po' tardi. - Tranquilla. - Com'è andata? - Direi che è andata bene.

- Ok. AIlora raggiungiamo gli altri, ti va? - Sì.

Cavolo... Ho perso una cosa.

- Torno un attimo dentro a cercarla, tu intanto va' pure avanti. - Ok.

- Sbrigati. - Ok. - Ciao.

Ciao!

Tu eri allieva di Johanna?

- Mi ricordo dei tuoi capelli. - Oh, certo!

Come stai?

Domanda stupida. Stai andando a una seduta?

A dire il vero no. Adesso no.

Ci sono solo strizzacervelli qui.

- Io ho appena finito. - Anche io.

Io ho finito giusto un attimo fa.

- È stancante, vero? - Sì.

E mi chiedo quanto possa essere d'aiuto.

Per quanto mi riguarda.

Cioè, insomma, gli uccelli di Vienna non hanno beneficiato molto dell'attività di Freud.

Cosa?

Lo diceva mia nonna. Credo venga da una poesia, non ricordo quale fosse.

Mi è venuta in mente guardando lo psicologo

mentre si concentrava per trovare le parole adatte.

Sembri più grande.

E tu più giovane.

È bello incontrare un viso familiare.

La seduta è stata... sì, piuttosto pesante.

Tu ti senti ancora con Johanna? Fa ancora l'insegnante?

No, io non la sento più.

No.

Ti va di andare a prendere un caffè?

- Adesso? - Sì.

Sì... Sì, volentieri.

- Ok. - Certo.

- Bene. Tu devi fare ancora qualcosa lì? - Sì... No, io dovevo soltanto...

In realtà non importa. Non è niente di che.

- Ok. - Andiamo, allora? - Mm-mm. - Bene.

MAGLIONI - SOUVENIR

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